30-10-2015, Daniele Leoni per la Conferenza Programmatica del PSI
Messina senz'acqua
Si discute tanto, proprio in questi giorni, sul fatto che Messina sia rimasta senz'acqua. Ma la verità è che le città siciliane sono senz'acqua da sempre perché in Sicilia ogni progetto pubblico si trasforma in un'occasione per fare clientelismo, spesso con finti cantieri, per finti lavori con finti lavoratori. Cosa che non accade solo in Sicilia ma anche in gran parte del mezzogiorno d'Italia. Così gli acquedotti sono da sempre pieni di dispersioni che sistematicamente non vengono riparate. L'acqua viene immessa nella rete idrica per periodi limitati di tempo, perché gli utenti possano riempire i loro serbatoi domestici. Poi l'erogazione dell'acqua viene interrotta perché il numero di falle non consente di tenere la rete permanentemente in pressione. In Sicilia avere il serbatoio dell'acqua nel sottotetto è una cosa normale perché è normale l'intermittenza nell'erogazione. Paradossalmente i siciliani si lamentano, come sta succedendo in questi giorni a Messina, solamente quando per alcuni giorni l'acqua non arriva (a causa di qualche inconveniente in più) e le scorte domestiche non possono essere ripristinate. Ma l'erogazione intermittente è la norma.
Sicilia e Calabria: il terreno di coltura del malaffare
La stessa cosa succede per l'acqua destinata all'agricoltura a fini irrigui. La cura del territorio è carente e il dissesto idrogeologico grave. Strade e ferrovie sono in una condizione disastrosa e l'elenco potrebbe continuare per ogni comparto di competenza pubblica.
Chi sostiene la necessità di risolvere prima i problemi elementari come l'adeguamento delle reti idriche agli standard dell'Italia centro settentrionale, così come le strade e le ferrovie, destinando a queste opere primarie tutte le risorse disponibili, pretende, nei fatti, di continuare ancora per decenni, con lo sperpero di risorse senza che nulla di tangibile venga realizzato. Risorse che purtroppo finiscono nelle mani della criminalità organizzata, abilissima nella regia del dissesto e della precarietà, abilissima cioè a creare il terreno di coltura dove prosperano i peggiori affari come lo spaccio della droga, l'organizzazione dei gioco d'azzardo (dalle sale bingo alle slot machine), lo sfruttamento della prostituzione, l'usura.
I compiti a casa di Monti e Passera
Deve far riflettere il modo violento in cui è stato cancellato il progetto del Ponte sullo stretto di Messina dal Governo Monti e dall'allora Ministro Corrado Passera, nonostante la progettazione definitiva fosse stata completata, la gara pubblica regolarmente vinta e il rischio di penali miliardarie a carico dello Stato inadempiente. Inconcepibile la cancellazione del progetto del ponte di Messina, nonostante la dichiarata disponibilità della Cina Popolare ad un’operazione di project financing, non solo sul ponte, ma sull’ammodernamento delle ferrovie e dei porti da Napoli a Taranto. Il motivo? La Cina cercava un’alternativa al porto di Rotterdam per le merci provenienti dalle sue imprese, impegnate nel colossale investimento cinese in Africa. La Sicilia, con i suoi porti, avrebbe potuto diventare il punto di attracco delle navi, da cui i container sarebbero stati smistati per ferrovia verso le destinazioni in Europa e in Asia. Perché allora la cancellazione di un progetto che avrebbe potuto assegnare all’Italia il ruolo di nodo intermodale di uno dei più rilevanti flussi commerciali dell’economia globalizzata?
Torbidi interessi coincidenti
Una possibile risposta è che l’economia sottosviluppata gestita delle mafie siciliane e calabresi sarebbe stata stravolta da un intervento internazionale di tanta rilevanza. Perché le preoccupazioni della mafia, risoluta a salvaguardare la precarietà dell'economia calabrese e siciliana, cioè il terreno di coltura del malaffare, coincidevano con gli interessi degli olandesi e dei tedeschi decisi a salvaguardare il ruolo del porto di Rotterdam. Monti e Passera furono sordi e ciechi, ignorarono opportunità e convenienze italiane, soprattutto del sud. Scolaretti ubbidienti, fecero i loro compiti a casa.
I veri obiettivi dei "no ponte" e lo scampato pericolo per le mafie
Gli agitatori "no ponte", tirarono un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo. Il pericolo era un grande cantiere con imprese internazionali, non controllate dalla mafia, con dirigenti e tecnici non addomesticabili e soprattutto determinati ad ottenere il risultato di un'opera che avrebbe potuto far scuola. Il pericolo erano imprese determinate a scommettere sulle ricadute positive del successo ottenuto per accreditarsi nel modo e conquistare nuovi mercati. Il pericolo era un cantiere vero, di altissimo livello, impegnato per anni nell'area dello stretto di Messina, che avrebbe potuto scatenare l'entusiasmo di tanti giovani siciliani e calabresi, risoluti a partecipare al lavoro con spirito creativo e non in cerca di assistenza. Il pericolo era che, con il ritmo e l'organizzazione impressi dal ponte sullo stretto, sarebbe stato inevitabile l'allargarsi dell'intervento a ferrovie, strade e porti connessi, da Taranto a Napoli. Tutto sotto la supervisione di entità nazionali e sovranazionali impegnate nell'investimento e poco interessate al malaffare di piccolo cabotaggio come lo spaccio della droga, l'organizzazione del gioco d'azzardo, lo sfruttamento della prostituzione, l'usura. Tutto sotto la supervisione dell'Autorità Nazionale Anticorruzione.
Rimettere il treno nei binari da cui era stato fatto deragliare
Lo spirito con cui lo Stato deve ottemperare agli impegni presi con le società che hanno vinto la gara per la costruzione del ponte di Messina non è solo quello di evitare di pagare le penali, ma soprattutto la volontà di rimettere il treno nei binari da cui era stato fatto deragliare con un colpo di mano e con una violentissima attività di disinformazione.
Il ponte, come ha scritto Maurizio Ballistreri sull'Avanti!, deve essere visto come un segmento strategico per fare della Sicilia un punto fondamentale dello sviluppo del Mezzogiorno, realizzando il Corridoio transeuropeo 1. E d’altronde, proprio i socialisti hanno storicamente sostenuto il ruolo strategico dell’Area dello Stretto e della realizzazione del Ponte. Bettino Craxi, nel 1985, all’apice degli anni straordinari della sua premiership, firmò la convenzione per il Ponte, lanciando l’idea di una grande area metropolitana nello Stretto, frutto della conurbazione tra Messina e Reggio Calabria, nell’ambito di una lungimirante visione geopolitica che assegnava al Mezzogiorno d’Italia la funzione di cerniera tra la costruzione di un’Unione europea non bancocentrica e i paesi rivieraschi del Mediterraneo.
A bridge to somewhere - Dove ci porta il ponte
Giovanni Mollica, in un libro pubblicato negli Stati Uniti sulla vicenda del ponte di Messina, ci dice che fin dai primi anni 2000, le nazioni che si affacciano sul bacino del Mediterraneo avevano mostrato segni di insofferenza verso il predominio dei porti del nord Europa che avevano occupato un ruolo centrale nella gestione dei flussi mercantili da e per l’Europa, nonché della ricchezza prodotta dagli stessi, assolvendo il ruolo di piattaforma logistica mediterranea. Un nonsenso geografico fondato sia sull’efficienza dell’organizzazione dei loro porti e della rete ad essi connessa, sia sulle carenze infrastrutturali dei Paesi mediterranei, Italia in testa. Un esempio permette di comprendere meglio in cosa consiste il paradosso appena accennato: le merci dirette in Europa e provenienti dal Far East ammontano a quasi 500 miliardi di euro all’anno e, nella stragrande maggioranza, sono trasportate su gigantesche navi porta container che attraversano il Canale di Suez. Oltre il 70% di queste merci è sbarcato negli scali del Northern Belt piuttosto che in quelli dell’Europa mediterranea, preferendo percorrere una rotta di migliaia di miglia più lunga piuttosto che approdare negli scali mediterranei.
L’incidenzai di questi giganteschi flussi commerciali tra l’Europa e il resto del mondo sull’economia dei rispettivi Paesi è notevolissima. In Germania, la così detta “Logistica integrata” – così è chiamata la scienza che gestisce l’intera catena di trasporto e distribuzione delle merci dal luogo di produzione al punto finale di vendita, considerata come un’entità unica invece che un complesso di funzioni logistiche separate - costituisce il terzo datore di lavoro, dopo l’industria automobilistica e quella chimica, con oltre due milioni e mezzo di addetti. In Paesi più piccoli, come Paesi Bassi e Belgio, le attività collegate ai porti di Rotterdam e Antwerp contribuiscono per percentuali molto rilevanti al prodotto nazionale e alla bilancia dei pagamenti. Non è un caso che abbiano resistito meglio degli altri Stati europei alla crisi che ha colpito il mondo dal 2008 in poi.
L'Italia non vuole essere un muro
Uno sguardo alla mappa dei flussi merci provenienti dal canale di Suez mostra come l'Italia, nonostante sia un ponte naturale fra l'Africa e l'Europa continentale, venga esclusa dalla quasi totalità del traffico.
Il raddoppio del Canale di Suez porterà nuova linfa ai traffici navali a poche miglia dalle coste siciliane e calabresi. Quali saranno i porti italiani che ne godranno e quanta parte toccherà a ciascuno, lo deciderà la Politica. Una prima risposta fortemente punitiva per l’estremo Sud l’ha data il Piano Strategico Nazionale della Portualità e della Logistica recentemente approvato; ma né i media né le forze politiche le hanno dato il dovuto peso. La destinazione a “porti di scambio” (transhipment) mette fuori gioco gli scali siciliani e calabresi, sempre più schiacciati dalla concorrenza dei nuovi giganti africani e di un Pireo interamente in mano ai cinesi. Né la dimensione regionale riesce a compensare questa mancanza di competitività quando i territori serviti non producono e non consumano. E' inutile e pericoloso illudersi e illudere la gente inseguendo il sogno di una crescita socioeconomica irrealizzabile. Rotterdam è il primo porto d’Europa perché, oltre ai ricchissimi territori circostanti, serve mezza Italia attraverso una veloce, economica e capillare rete di trasporto. Se il Governo vuole evitare che il grande porto della Piana di Gioia Tauro si spenga lentamente, deve avviare subito lavori per collegarlo alla rete ferroviaria ad alta velocità europea. E se vuole spezzare il tragico isolamento che ha portato la Sicilia a essere la regione dell’Ue col più basso tasso di occupazione, deve riprendere subito l’iter di realizzazione del Ponte sullo Stretto. Senza questi due provvedimenti, le prospettive di sviluppo sono prive di credibilità.
Treno = velocità = costi bassi = valore
L'ultimo argomento è quello della velocità del trasporto merci. Le tratte ferroviarie ad alta velocità hanno tempi assimilabili al trasporto aereo e costi assimilabili a quelli della nave. Se le tratte navali sono più corte aumenta la velocità di consegna e quindi il valore del servizio a parità di costi. La collocazione geografica dell'Italia, della Sicilia in particolare, genera un valore aggiunto formidabile nell'economia dei prossimi decenni, valore che giustifica un adeguato investimento. Noi italiani, aziende pubbliche e private, abbiamo il dovere di svegliarci dal torpore che altri vogliono imporci e che, dalla metà degli anni 60, tentano di confinarci in un ruolo di maitre d'hotel.
L'Africa, il futuro dello sviluppo
Enrico Buemi, in una discussione su facebook del febbraio scorso, sosteneva che il ponte di Messina oltre ad auto finanziarsi, diventerebbe un biglietto da visita delle capacità tecnologiche e produttive italiane e un simbolo nel mondo. Sarebbe un prolungamento del continente verso l'Africa, farebbe diventare Italia la Sicilia e tante altre cose ancora. Sposterebbe il baricentro verso sud, verso l'Africa che è il futuro di questo secolo.
In Africa sarà un futuro di sviluppo, quando si placheranno i venti di guerra così come si sono placati quelli europei dopo la seconda guerra mondiale.
Così crolleranno gli ultimi muri.
sabato 31 ottobre 2015
mercoledì 27 maggio 2015
Lettera a Debora Serracchiani del 2 Luglio 2009
Cara Debora,
ho 56 anni, ho due figli ultratrentenni entrambi tecnici informatici, ho fondato e diretto per sedici anni una società di software che nel 2001 è stata acquistata da Banca Intesa (Charta srl).
Sono appassionato di tecnologia e di comunicazione. Quando ero più giovane ho fatto diverse cose: fondato Legambiente nel 1980 (non fu Realacci e nemmeno Testa, ma Leoni); scritto per alcuni anni in giornali nazionali; lavorato per la Rai come regista; sbattuta la porta disgustato nell’85… Non sono mai stato comunista, anzi ho sempre avuto una certa simpatia prima per Craxi poi per Berlusconi. Ti garantisco che, nonostante un’attività prevalente di fornitore di enti pubblici, non ho mai pagato tangenti.
Le tue argomentazioni sono stimolanti. Il tuo linguaggio è immediato, adatto ai nuovi media. Hai dimostrato di saper usare in modo eccezionale internet e tutte le possibilità che i social network offrono. Ho notato che, invece di prendere posizione su ciò che divide, hai preferito concentrarti sul metodo più adatto a regolare il dibattito fra diversi. Mi è parso di capire che anche tu sei convinta della validità del sistema bipolare (o bipartitico) stile americano. Mi piace anche la tua decisione di non contrapporti a Franceschini (modestia? riconoscenza?), facendo però capire che hai preso molto sul serio il tuo ruolo, che non è quello di grigio parlamentare europeo.
Questo è un periodo di grandi cambiamenti! Non è retorica ricordare che l’elezione di Barack Obama è epocale. Come epocale è la crisi economica planetaria e la conseguente necessità di riconsiderare alcuni elementi di statalismo. Loretta Napoleoni si spinge perfino a valutare iniezioni di etica islamica nella macchina economica! Mi ricordo che, tanti anni fa, ero in confidenza con Gianni Baget Bozzo. Mi piaceva parlare con lui di anarchia e di futuro. Un giorno mi disse che, in una ipotetica società che avesse risolto il problema del quotidiano, uno stato etico comunista sarebbe stato ideale. Io non ero d’accordo perché la persona (e quindi la libertà) viene prima. Poi anche lui entrò nelle file di Berlusconi, non penso proprio per interesse. Ogni tanto mi infastidisce l’anticomunismo tombale di alcuni (cosa saremmo noi se Stalin si fosse alleato con Hitler invece di combattere a fianco degli americani?), come mi disturba l’odio verso Berlusconi che è stato eletto dalla maggioranza degli italiani (ci sarà pure una ragione?).
Non so quanti siano i ragazzi e le ragazze con le tue doti. Una volta era una razza rara. Oggi, speriamo, è possibile che siano molti di più. Non vi guida una ideologia politica e nemmeno una fede religiosa ma la ricerca di sane regole di convivenza civile, convivenza fra diversi che accettano la reciproca diversità. Mi auguro che fra di voi scatti una reciproca simpatia, che diventiate tanti e forti. Come mi auguro che siano tanti, fra i più anziani come me, a farsi catturare da vostro fascino, a darvi dei consigli sapendo che potrete scegliere se seguirli o meno. Il merito di Franceschini è stato questo: ha intercettato l’onda di simpatia e ci ha messo la testa e cuore. Non ha scelto un allievo fedele sicuro di poterlo pilotare. Ha scelto Debora, che senz’altro non ha la vocazione del burattino.
E’ un buon inizio per la costruzione di un sistema bipolare di stile americano. Un sistema di regole ineludibili che, da oltre 200 anni (13° e 14° emendamento), garantiscono contro involuzioni dispotiche o autoritarie. Quelle regole ci hanno salvato dal fascismo, dal nazismo; hanno innalzato un limite invalicabile alle velleità di espansione dei comunisti sovietici. Quelle stesse regole oggi danno spazio a un Presidente meticcio, figlio del popolo, che ha usato internet per dialogare con il mondo e per finanziare la sua campagna elettorale.
Continuerò a seguirti, ogni tanto ti scriverò e ti farò domande scomode, a proposito di regole.
La prima te l’ho già fatta su Facebook e la ripeto qui. Se nel 2013 vincerete le elezioni, qualora le gare per il ponte di Messina o per una centrale nucleare siano state fatte e i lavori assegnati, tu pensi si possa tornare indietro?
090702 Daniele Leoni
lunedì 25 maggio 2015
Mi permetta, professore ... (Replica a Ferdinando Boero)
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| L'uomo creatore secondo L'Economist. |
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| Terraformare Marte secondo un'idea di Elon Musk, CEO di SpaceX |
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| Papa Giovanni XXIII pronuncia il discorso della luna |
Articolo collegato a Il bruco e la farfalla su questo blog.
sabato 23 maggio 2015
Il bruco e la farfalla
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| Copertina di un libro di Ferdinando Boero |
Io mi chiedo se sia perdonabile, per uno scienziato, immaginare l'umanità per sempre confinata dentro i limiti del nostro pianeta fino ad affermare che le stelle non hanno alcuna influenza sulle nostre possibilità di benessere. Suggerisco a Ferdinando Boero di riflettere sull'impatto che potrebbe avere la scoperta di una biologia extraterrestre sugli studi relativi alla nostra biologia. Oppure di chiedersi se lo sforzo tecnologico di creare condizioni adatte alla vita umana in una stazione spaziale grande come una metropoli o in un pianeta privo di vita come Marte non imponga conoscenze estese e profonde sulla nostra biodiversità. Ecco, allora, che la ricerca sulla biodiversità e sugli ecosistemi che ci sostengono si imporrebbe con tutta la sua rilevanza perché necessaria allo sviluppo di ecosistemi artificiali in grado di sfidare le profondità del cosmo. Ma non è forse sempre successo che terreni di ricerca specifici si sono sviluppati per supportare la necessità di grandi sforzi tecnologici? Per esempio durante le guerre? Negli ultimi 70 anni una coincidenza fortunata di eventi ha messo fine alle grandi guerre mondiali: ora l'avventura umana poterebbe svilupparsi proprio verso la conquista del cosmo preservando così in nostro pianeta da un'ulteriore antropizzazione che potrebbe investire gli oceani come ultimo spazio disponibile.
Ma vorrei approfittare di Ferdinando Boero per una riflessione sull'evoluzione dell'uomo e sulla natura. Secondo me il filo conduttore dell'evoluzione è l'intelligenza: sia essa animale, umana, artificiale o cosmica. La natura biologica, che ha fatto da incubatore, sulla Terra, all'homo sapiens e alla sua neonata civiltà tecnologica, contiene i semi di innumerevoli varianti evolutive che hanno, come sbocco, sempre l'intelligenza. L'intelligenza consiste in interazioni logiche complesse che, nell'uomo, hanno la forma delle interazioni elettrochimiche del nostro cervello. Interazioni analoghe, con gradi di efficienza senz'altro superiori, possono avvenire in circuiti elettronici adatti a prosperare nel vuoto e nel freddo del cosmo profondo. Varianti evolutive diverse da quella umana possono aver già sviluppato l'intelligenza in altre parti dell'universo o ne potranno sviluppare in futuro. Ci potrebbero essere, da qualche parte, insetti intelligenti oppure animali marini, oppure vegetali. Ci potrebbero essere forme biologiche intelligenti basate sugli azotosomi, adatte ad oceani di metano liquido a -170 gradi. Ma tutte queste varianti, incompatibili fra di loro, avranno un denominatore comune cioè l'evoluzione verso l'intelligenza elettronica, adatta al vuoto, al freddo e virtualmente eterna. Verso questa intelligenza elettronica del futuro sta velocemente evolvendo anche la nostra umanità realizzando così il sogno della vita eterna sotto forma di "spirito" che sopravvive, fino alla fine dei tempi, in neuroni al silicio, al grafene o chissà in quale altra struttura cristallina. Poco importerà se il bruco originario degli spiriti cosmici era insetto, vegetale, bipede umanoide o abitante di oceani di metano liquido. Gli spiriti cosmici si organizzeranno per convivere e interagire senza differenza di razza. Forse lo stanno già facendo aspettando che anche noi ci uniamo alla comitiva, quando saremo pronti. E se la natura che vince fosse questa, professore? 150523 Daniele Leoni
Segue l'articolo
Il grave errore di non studiare le specie viventi
La Stampa - 23 Maggio 2015 - Ferdinando Boero
Povera biodiversità: ieri era la giornata mondiale dedicata a lei. Ma non se ne è parlato moltissimo, neppure nella sua giornata! Figuriamoci le altre. Forse il motivo è che le notizie sulla biodiversità sono deprimenti e allarmistiche. A rischio una specie su cinque, si legge da qualche parte. In altri posti trovo che si estinguono tantissime specie, tutti i giorni. Ora vi svelo un segreto: non è vero. O meglio, se sentite queste affermazioni provate a chiedere: ah, dimmene cinque, marine, che si siano estinte negli ultimi 20 anni. Cinque. Non minacciate… dimmi quelle estinte. Vedrete che non ve le sapranno dire. E quindi tutto a posto? Ma no, significa solo che, anche se ne parliamo tantissimo, e sempre con toni catastrofici (le estinzioni di massa), non ne sappiamo gran che. Fino ad ora abbiamo descritto circa due milioni di specie. Tenetevi forte: si calcola che il pianeta ne ospiti otto milioni. Significa che ci sono sei milioni di specie (più o meno: è una stima) che ancora non abbiamo scoperto. E sapete perché non le stiamo scoprendo? Perché lo sforzo (in termini di finanziamento alla ricerca) per rispondere alla domanda «quante specie ci sono sul pianeta?» è minimo. La scienza di base per esplorare la biodiversità è la tassonomia: sta scomparendo dalla comunità scientifica. Da una parte ci sono dichiarazioni altisonanti che denunciano il disastro della biodiversità, dall’altra non spendiamo quasi niente non dico per salvarla, ma almeno per fare l’inventario. Il capitale naturale è fatto dalle specie che, assieme, costituiscono la biodiversità. Come si fa a gestire e salvaguardare ciò che non si conosce? Non si può. Appunto. E quindi, a causa di crassa ignoranza, stiamo dilapidando il capitale naturale. Ora, immaginate il nostro pianeta senza il resto delle specie viventi. Pensate che potremmo viverci? No, non potremmo. Ogni specie che se ne va è una piccola badilata in più nello scavo della nostra fossa. Non riusciremo a distruggere la biodiversità, distruggeremo solo quel tanto che basta per rendere impossibile la nostra sopravvivenza. Il resto andrà avanti. Non riusciamo a far estinguere i batteri patogeni, o gli scarafaggi. Di solito siamo bravissimi a distruggere quello che ci serve di più. Con gli insetticidi abbiamo distrutto (quasi) le popolazioni di insetti nocivi, ma abbiamo anche distrutto gli impollinatori. Il bello è che quelle carogne di insetti nocivi sviluppano resistenza (proprio come i batteri patogeni) mentre le api no. Così vinciamo qualche battaglia contro gli insetti nocivi, ma perdiamo la guerra e, nel frattempo, facciamo fuori gli insetti utili. Ogni mio intervento si conclude sempre nello stesso modo: non siamo preparati culturalmente per comprendere questi argomenti e, nella nostra ignoranza, ci lanciamo allegramente, in nome della crescita economica, verso la catastrofe. Quando si dice: beata ignoranza. Ma poi no, non è vero che non sappiamo. Volete il nome di una specie marina che si è estinta in Mediterraneo? Eccovi serviti: Tricyclusa singularis. Mai sentita, vero? E pensare che è l’unico rappresentante del genere Tricyclusa ed è anche l’unico rappresentante della famiglia Tricyclusidae. Estinta lei, si estinguono anche un genere e una famiglia. Non sappiamo quale sia stato il ruolo ecologico di Tricyclusa singularis, sappiamo a malapena che più di cento anni fa era rigogliosa nel golfo di Trieste, ma sono cento anni che non se ne trovano più, né lì né altrove. Forse il motivo è che c’è sempre meno gente che studia gli animali. Ma poi no, ancora qualcuno c’è. L’anno scorso, sempre nel golfo di Trieste, con alcuni colleghi, ho descritto una specie che non era mai stata vista prima, l’abbiamo battezzata Pelagia benovici. E’ una medusa e appartiene agli cnidari, lo stesso phylum a cui appartiene Tricyclusa singularis. Probabilmente è arrivata da noi come clandestina su qualche nave, nelle acque di zavorra, e ha trovato un ambiente favorevole. Non voglio scatenare guerre tra scienziati. Non sto chiedendo che si taglino i fondi alla ricerca. Mi chiedo però: come mai si trovano i soldi per contare le stelle, e si mandano razzi in aree remote dell’universo (con spese immani) e non ci sono i soldi per sapere quante specie ci sono sul pianeta? E anche per capire quali ruoli giocano nel far funzionare gli ecosistemi che ci sostengono? Se fossimo mediamente intelligenti, dedicheremmo altrettanti sforzi a studiare la biodiversità. E invece no. I soldi per costruire razzi per esplorare il cosmo ci sono, quelli per studiare la diversità della vita no. Il bello è che quelle stelle non sono affatto influenzate dai nostri impatti e non hanno alcuna influenza sulle nostre possibilità di benessere, mentre la biodiversità è in corso di distruzione da parte nostra ed è essenziale per il nostro benessere. Nessuno nega l’importanza della biodiversità. Eppure questi comportamenti schizofrenici persistono.
Università del Salento, Cnr-Isamr. Wwf-Italia
Il professor Ferdinando Boero ha subito risposto.
Caro Daniele, grazie, ti prego di mettere questo sul tuo sito.
Gli spiriti cosmici eh? Certo, se trovassimo altra vita, se ci fossero altri pianeti colonizzabili, se se se. La cosa importante è che queste cose per il momento non ci sono. Si tratta di ipotesi fantascientifiche. Non dico che sia impossibile, dico che sia altamente improbabile che queste mirabolanti scoperte avvengano in tempi stretti. Non ho scritto che bisogna togliere soldi a queste ricerche. Ho scritto che è poco saggio dedicare enormi risorse a queste imprese e non dedicare nulla allo studio della biodiversità su questo pianeta. La biodiversità la stiamo distruggendo ora. La biodiversità ci sostiene ora. Noi cerchiamo cose che non ci sono, con la assurda speranza che, distrutto questo pianeta, troveremo magiche soluzioni in altri sistemi solari. O in qualche luna di Giove o di Saturno. Alimentare queste speranze è semplicemente criminale. Significa dire: che ci importa di quel che facciamo a questo pianeta? Ne troveremo altri. E ci saranno grandi prospettive. Ecco, questo messaggio dimostra esattamente quel che stavo argomentando. E la cosa grave è che i politici ci credono. Hanno tolto una frase al mio articolo: questi finanziamenti spaziali giustificano in modo occulto le spese di ricerca per nuove armi. Gli spiriti cosmici. Come diceva Totò: ma mi faccia il piacere! E questa sarebbe scienza?
ciao Ferdinando Boero
Professor of Zoology Università del Salento / CoNISMa / CNR-ISMAR
lunedì 9 marzo 2015
Intelligenze cosmiche
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| Caronte in primo piano, Plutone in background (disegno). |
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| Il sottomarino progettato per esplorare i mari di Titano (disegno). |
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| Il processo di formazione delgi azotosomi |
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| Mapping of Human Cerebral Cortex, Published in PLoS Biology, Vol.6, No. 7 |
Pubblicato anche da l'Avanti!
venerdì 23 gennaio 2015
Una donna al Quirinale.
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| Annamaria Cancellieri |
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| L'ex Sindaco di Bologna Flavio Delbono |
Anch'io, come tanti socialisti, vorrei una donna Presidente della Repubblica. La vedrei bene perché sono convinto che le donne siano diverse dagli uomini. Che abbiano qualità tipicamente femminili come gli uomini hanno qualità tipicamente maschili. L'uomo è cacciatore, guerriero, inventore, scopritore. La donna invece è madre, tessitrice, custode della casa e produttrice del cibo. Proprio per queste caratteristiche femminili le comunità più avanzate della nostra storia erano governate da donne. Non a caso i capi uomini partivano per la guerra oppure andavano alla scoperta di nuovo territori lasciando alle donne la cura delle città. Negli ultimi secoli i ruoli si sono mescolati e le donne hanno applicato le loro attitudini femminili in ambiti come la caccia, la guerra, l'invenzione e la scoperta. E' accaduto anche il contrario così che la moderna società tecnologica, d'impronta tipicamente femminile, risente costantemente dell'invenzione e dell'avventura che sono tipiche del maschio. Nel corso dei prossimi secoli probabilmente l'evoluzione culturale, più veloce di quella biologica, mescolerà definitivamente le caratteristiche maschili e quelle femminili in una sintesi creatrice che consentirà all'umanità di governare i processi dell'intelligenza artificiale (di matrice femminile) e della colonizzazione dello spazio (di matrice maschile). Di governarli e di dominarli. Ma tornando ad Annamaria Cancellieri Presidente della Repubblica, ho già detto di quando fu Commissario a Bologna. Aggiungo che, alla scadenza delle elezioni, furono molti a proporle la candidatura a Sindaco, da destra e da sinistra. Lei, da brava servitrice dello Stato, declinò l'invito e si ritirò in silenzio. Poi, qualche mese dopo, fu nominata Ministro dell'Interno nel Governo Monti. Fu un grande Ministro che si distinse nella lotta alla criminalità organizzata arrivando perfino a sciogliere, per infiltrazioni mafiose, il comune di Reggio Calabria. Ma Annamaria Cancellieri fu tutt'altro che uno sbirro: fu profondamente giusta, spesso inflessibile ma anche cauta ed eminentemente umana. La sua grande umanità le costò un violento attacco nel successivo incarico alla Giustizia del Governo Letta. Dedicava molto del suo tempo di Ministro a rispondere agli appelli dei cittadini colpiti dall'iniquità della nostra macchina giudiziaria per trovare dei rimedi ai singoli casi ma soprattutto per capire bene quale fosse la strada della riforma migliore.
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| Ilaria Cucchi disperata per la morte del fratello in carcere |
Ho risposto al sondaggio del PSI, presentato con una bella immagine di Anna Kuliscioff nel cielo del Quirinale, e ho votato per Annamaria Cancellieri. Sarei egualmente contento se la scelta cadesse su Emma Bonino però piacerebbe a me e scontenterebbe molti altri. Mi piacerebbe anche Roberta Pinotti ma è meglio che continui a fare il Ministro della Difesa (se, mentre un tempo si chiamava Ministero della Guerra, oggi è diventato Difesa, lo si deve all'influenza delle donne!).
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| Il Capitano Samantha Cristoforetti |
Pubblicato anche da l'Avanti!
sabato 9 agosto 2014
I progetti arditi ci allontanano dai giochi di guerra.
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| La sala di controllo dell'ESA durante il risveglio di Rosetta |
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| La cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko vista da Rosetta il 7 Agosto 2014 |
Questo è il mio articolo pubblicato dall'Avanti!
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| La sonda Rosetta (clicca per ingrandire) |
Daniele Leoni
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