lunedì 31 dicembre 2012

Fine dei rumori della Banca Mediolanum

Una immagine dello spot assordante su Ilfoglio.it
Questa mattina lo spot assordante e sguaiato di Banca Mediolanum non c’è più. Al suo posto, in alto a destra nella pagina online de Il Foglio, c’è la consueta pubblicità discreta, assolutamente non invasiva. C’è un consiglio per gli acquisti elegante con un’offerta turistica. Non è solo pubblicità ma è anche informazione. Ecco perché questo tipo di inserzione è utile e a nessuno verrebbe in mente di lavarla via. Ho disattivato subito l’applicazione che avevo caricato per difendermi da quell’obbrobrio che ha imperversato per una settimana su IlFoglio.it. Sarei curioso di sapere che effetto abbia avuto sul flusso dei pagamenti online degli abbonamenti . Probabilmente gli accessi saranno anche aumentati perché la pagina, normalmente attiva tutto il giorno, negli ultimi sette giorni veniva spesso spenta per evitare lo spot invasivo, e poi ricaricata. Almeno questo è quello che facevo io. Ma i pagamenti debbono essere per forza diminuiti. Deve averci rimesso anche Banca Mediolanum e la società di pubblicità autrice della infelice trovata. Perché un giornale online non è il cinema e nemmeno un canale televisivo. Come la carta deve essere silenzioso. "Ma  è multimediale!" protestano i rumoristi. Allora deve parlare solo se interrogato! 121231 Daniele Leoni

Leggi anche:
http://danleoni.blogspot.it/2012/12/quello-spot-rumoroso-su-il-foglio-online.html 

domenica 30 dicembre 2012

Quello spot rumoroso su Il Foglio online.

Il Direttore de Il Foglio Giuliano Ferrara
Una decina di giorni fa ho avuto una sconcertante sorpresa leggendo il mio quotidiano online preferito: IlFoglio.it. Quel riquadro, in alto a destra, destinato, da sempre, a una inserzione pubblicitaria discreta, è diventato improvvisamente rumoroso. Colpa di uno spot della Banca Mediolanum che si anima, con audio fastidioso e invasivo, ad intervalli regolari e al caricamento di ogni nuova pagina. Mi piace Il Foglio di Giuliano Ferrara, a cui sono abbonato nella versione online. Mi piace come scrive e ragiona il gruppo variegato di giornalisti, i “foglianti”, che da vita al quotidiano. Di Giuliano Ferrara apprezzo l’acume, l’equilibrio e l’assenza di settarismo. Più che le opinioni, che possono essere condivise o meno, oppure condivise in parte, è lo stile pacato che affascina, anche quando gli argomenti sono spinosi e contro corrente. Acume ed equilibrio che hanno ispirato anche lo stile e le scelte editoriali online de Ilfoglio.it. La scelta di riservare agli abbonati alcuni articoli, che però diventano disponibili a tutti dopo un certo periodo di tempo, è validissima come è azzeccata la soluzione del testo standard, trasferibile, col copia e incolla, senza particolari problemi. Questo favorisce la cassa di risonanza, ad opera dei lettori, nei social network che diventano un ulteriore strumento di visibilità. Ma torniamo alla pubblicità rumorosa. Ho scritto immediatamente al servizio online. Mi ha risposto il Direttore Michele Buracchio condividendo le mie rimostranze ma mi ha fatto presente che l’advertising su ilfoglio.it è gestito da una società esterna. Ho aspettato alcuni giorni tenendo spenta la finestra incriminata nel browser, un po’ interdetto per via dell’abbonamento. Ho riscritto a Michele Buracchio ma ancora non mi ha risposto, non potendomi accontentare. Sono corso ai ripari caricando un’estensione al mio browser Mozilla Firefox che si chiama AdBlock Plus. E’ un’applicazione molto furba che intercetta le inserzioni pubblicitarie e le elimina. Si aggiorna automaticamente come un antivirus e contiene filtri personalizzabili. L’autore dell’applicazione è Wladimir Palant che la distribuisce gratuitamente. Nel sito c’è la possibilità di fare una donazione. Io ho donato cinque dollari dopo averne verificato il funzionamento. Da quel momento tutta la pubblicità online è magicamente scomparsa, anche quella non fastidiosa. A dir la verità l’applicazione da anche la possibilità di escludere solo quello che da fastidio ma è più facile escludere tutto, col vantaggio che le pagine sono più pulite e si consultano meglio. Sono tornato al sito del prodotto e ho capito che è una cosa seria: 13 milioni di download effettuati e tre milioni di utilizzatori quotidiani. E’ di pubblico dominio con i sorgenti disponibili, si adegua ai nuovi scenari. C’è un blog dedicato allo sviluppo, agli utenti e una gran quantità di documentazione. Tutto lascia presagire una crescita fiorente di questa nuova attività, parallelamente all’editoria online. Ho cominciato a pensare all’evoluzione del mondo della pubblicità in rete. E’ vero quello che mi ha scritto Michele Burracchio: oggi sono società terze che gestiscono le inserzioni . I proprietari dei siti tendono ad affidare a queste società tutto il pacchetto ottenendone un ritorno economico proporzionale al numero di caricamenti delle pagine e al numero di click sull’inserzione per saltare alla pagina del prodotto reclamizzato. Se la pubblicità è invasiva tenderà ad essere eliminata oppure provocherà una disaffezione dell’utente alla pagina che la ospita. Il primo caso danneggia l’inserzionista e il secondo danneggia anche il proprietario del sito. Se invece la pubblicità fosse gestita direttamente dall’editore, nel nostro caso da ilfoglio.it, allora non sarebbe distinguibile dagli articoli e dalle foto di redazione e non potrebbe essere eliminata così facilmente. D’altra parte la gestione diretta garantirebbe il controllo istantaneo delle reazioni del pubblico e consentirebbe di correggere il tiro istantaneamente, se necessario. Mi vengono in mente le discussioni della fine degli anni 90, quando la mia azienda gestiva le vendite online dei biglietti per i teatri. A scanso di equivoci noi scegliemmo di non mettere pubblicità. Però valutammo anche, in accordo col Teatro, di sperimentare inserzioni molto discrete, affini ai gusti del pubblico. Quando lo provammo registrammo immediatamente una brusca riduzione nei flussi di vendita. Non perché infastidisse ma forse perché aumentava la quantità i informazioni, distraendo il cliente, il cui fine era l’acquisto online e il pagamento contestuale. Nel frattempo ricevevo pressioni inaudite e offerte stratosferiche per affidare a società di marketing la gestione della pubblicità nei nostri siti. Se avessi ceduto avrei fatto fallire la mia azienda e quel fatturato di svariati miliardi di lire online me lo sarei sognato. Oggi l’editoria online è a un bivio e credo che la gestione diretta della pubblicità sia indispensabile per garantirne la crescita, perché solo l’editore può avere quella sensibilità e quella reattività in grado di eliminare gli errori. A proposito di errori, leggo nel regolamento dell’offerta WebSystem, che fornisce il servizio advertising a Ilfoglio.it: “L'audio se presente deve essere off di default ed attivabile dall'utente …” Lo spot di Banca Mediolanum ha l’audio on, si può disattivare, ma dopo cinque minuti riparte con l’audio a tutto volume. 121230 Daniele Leoni

Oggi, 31 Dicembre, sette giorni dopo il mio primo messaggio, lo spot rumoroso è stato tolto! Ringrazio di cuore i miei amici foglianti e auguro a tutti un felice 2013!

giovedì 20 dicembre 2012

La globalizzazione è bella!

Scorcio di Expo 2015, con muro interattivo touch screen.
Quello che si diceva negli anni 90, a proposito di televisione con l’avvento di Internet, oggi si è realizzato. Il computer, il telefono e il televisore si sono unificati per dar vita ad un nuovo supermedia. Un supermedia che ha generato una miriade di oggetti dedicati allo spettacolo, alla musica e all’informazione. Fanno capolino occhiali speciali, con auricolari, per percepire una realtà arricchita dalle informazioni presenti in rete, utili per visitare musei o siti monumentali. Il vetro anteriore delle automobili o la visiera del casco dei motociclisti, ciclisti, escursionisti si animeranno presto con immagini e segnalazioni utili. I teatri avranno scene virtuali non distinguibili da quelle tradizionali ma replicabili, in qualsiasi palcoscenico, istantaneamente e senza costi. Fa capolino la carta elettronica lasciando presagire l’agenda-quaderno del futuro con fogli di grafene, ognuno con le capacità di un monitor touch-screen, dove poter leggere, materializzare pagine con foto, filmati . Dove poter scrivere, trasferire foto e filmati catturati direttamente dai nostri occhiali magici. O, perché no, da lenti a contatto con analoghe caratteristiche. Visitare un museo, andare in biblioteca, semplicemente per strada o al cinema con i nostri occhiali magici e digitalizzare tutto quello che leggiamo, ascoltiamo, osserviamo, mettendo dentro anche del nostro: i commenti, le sensazioni, i pensieri. Poi, dopo, con calma, provare a fare un editing sintetico e organico di quanto abbiamo osservato. Oppure lasciare il materiale grezzo a futura possibile memoria. Il numero di unità di informazione che saremo capaci di memorizzare diventerà analogo alla somma del numero dei geni del DNA dei virus, batteri, cellule del nostro mondo biologico ovvero al numero di corpi celesti della nostra galassia ovvero a numero di stelle nell’universo. Ma c’è molto molto di più! Per ogni bit memorizzato è possibile integrare transistor, unità logiche di circuiti. Così dall’immagine fatta di megapixel, venticinque volte al secondo per animarsi, le applicazioni estrarranno contorni e scenari, inclusi i simboli della notazione convenzionale, sia essa alfabetica, matematica, musicale o altro. Dall’alfabeto il linguaggio, il racconto e il poema; dai numeri il teorema, l’applicazione e l’astrazione; dalle note la musica capace di comunicare i sentimenti. L’applicazione! Ecco la parola magica della tecnologia contemporanea. “Apps”, che sta per “applications package” è l’abbreviazione, inventata da Apple, per indicare le procedure che girano negli iPhone e nei tablet dell’ultima generazione. Sono scritte in linguaggio PHP, oppure Java Script, versioni evolute dei linguaggio C e HTML. IL sistema operativo è uno UNIX evoluto che prede il nome di OSX, IOS oppure Android. Negli anni 90 si pensava ad una unificazione dei linguaggi di programmazione e dei sistemi operativi. Non è stato così perché hanno prevalso le barriere di difesa delle varie multinazionali tecnologiche, ognuna gelosa delle proprie squadre di tecnici fidelizzati che conoscono tutti i trucchi per sviluppare il software nel linguaggio proprietario. Nel mondo della lingua scritta e parlata invece l’inglese è diventato il comune denominatore che consente all’umanità di capirsi. Un fenomeno affascinante quello della lingua e delle lingue, con meccanismi di compensazione impensabili e affascinanti. Qualcuno potrebbe dire che l’Inghilterra e gli Stati Uniti siano avvantaggiati nella globalizzazione attorno alla lingua inglese. Invece è vero il contrario perché i cinesi oppure gli spagnoli sono costretti ad essere bilingui: devono conoscere la propria madre lingua e l’inglese. Il bilinguismo stimola aree del cervello che altrimenti rimarrebbero inattive con enormi vantaggi per l’intelligenza creativa. Più le lingue sono diverse, per esempio il cinese, il giapponese e l’inglese, più la ginnastica mentale è efficace così che i popoli lontani dall’occidente hanno la possibilità di diventare atleti della mente. E’ come se madre natura mettesse continuamente in atto meccanismi di compensazione per i più sfortunati. Un’esperienza diretta, quando avevo la mia società di informatica, mi aprì gli occhi su questo fenomeno. Entrai in contatto con un ragazzo poliglotta, poco più che ventenne, di origine mediorientale. Sapeva parlare e scrivere in una quantità di lingue (arabo, spagnolo, tedesco, inglese, italiano) e conosceva bene i linguaggi di programmazione. Mi raccontò della sua adolescenza in un Paese in guerra, dove le attività più remunerative erano il traffico d’armi e di droga. Mi raccontò della sua cattura in occidente con una partita di cocaina e che scontò, in occidente, alcuni anni di carcere. Mi disse che in carcere ebbe l’opportunità di studiare, di appassionarsi all’informatica e di perfezionare le tante lingue imparate durante i suoi traffici. Mi disse che essere arrestato fu il più grande colpo di fortuna della sua vita: fuori sarebbe stato ucciso o ridotto in schiavitù. Scontata la pena, partecipò ad un test di informatica presso una grande banca. A seguito dell’eccezionale risultato del test, fu ingaggiato a contratto. Dopo pochi mesi la direzione della banca fece alcune indagini perché voleva assumerlo come dipendente e scoprì i suoi trascorsi penali che ne rendevano impossibile l’inserimento in organico. Fu allora che un dirigente della banca mi propose di assumerlo nella mia società garantendomi, in contropartita, una buona commessa purché lo mettessi a disposizione delle attività concordate. Ogni tanto mi ritorna in mente quel ragazzo così brillante, quegli incassi dall’estero, perché la banca committente non era italiana e quello stipendio versato in un conto libanese, per un lavoro più che onesto, con un giro che avrebbe potuto insospettire la guardia di finanza. Eppure non mi tirai indietro: feci la cosa giusta guadagnando un po’ di soldi e tanta, tanta esperienza.
Robot al montaggio alla Tesla Motors, la fabbrica di Elon Musk
Oggi internet, televisione, telefono e computer sono unificati e hanno unificato il mondo. Non è più necessario essere presenti in fabbrica per controllare i processi produttivi. Le fabbriche robotizzate si preparano a costruire macchine che replicano loro stesse, dove la microelettronica si ottiene manipolando la struttura molecolare dei materiali. Che senso ha, alla luce di questi scenari, pensare a de localizzare per risparmiare sui costi della manodopera? Non potrebbe invece diventare conveniente il contrario, cioè trasferire le unità produttive più sofisticate e strategiche in paesi ricchi di infrastrutture e con un tessuto sociale stabile e sicuro? La mia società d’informatica, oltre vent’anni fa, inventò la teleassistenza software per le biglietterie elettroniche dei grandi teatri in modo da gestire i sistemi e fare la manutenzione a Milano, Roma, Firenze, Genova, Trieste, Torino, Cagliari, Catania da Sant’Agata sul Santerno, senza spostare fisicamente i tecnici. Fui il primo a farlo, almeno in Italia.
La biglietteria tele-assistita di Daniele Leoni al Teatro alla Scala nel 1991
Le banche che erano all’avanguardia con i computer, avevano scelto la strada contraria, cioè quella dei grandi centri di calcolo con una periferia di terminali stupidi nelle sedi, connessi ai centri con linee dati dedicate. I centri erano fisicamente presidiati 24 ore su 24. I teatri non avrebbero mai accettato una simile architettura perché erano in competizione fra di loro e pretendevano il possesso fisico della base dei dati. Poi le linee dedicate erano troppo costose per i teatri. Allora feci di necessità virtù, accettai la sfida e ne uscii vittorioso. Oggi, dopo vent’anni, sarebbero possibili unità produttive con gli impianti e le linee di montaggio in Italia, la direzione e lo staff tecnico in Cina, la ricerca e sviluppo in India. Oppure tutte le mansioni distribuite attorno al mondo con al centro, assieme agli impianti di produzione, la sola manutenzione delle macchine e il magazzino. Che senso ha, alla luce di questi scenari, avere paura degli immigrati e non rendersi conto che essi sarebbero una ricchezza inestimabile se noi li sapessimo integrare con la nostra struttura socio-economica. Perché madre natura, assieme a tante miserie, ha regalato loro una formidabile ginnastica mentale! Che senso hanno i localismi, i micro – federalismi, in un mondo sempre più globalizzato, che ha bisogno di produrre per consentire una vita decorosa a sette miliardi di persone? Il fisico Ezio Bussoletti, amico di gioventù oggi ritrovato grazie ai social network, scriveva in un recente articolo. “Quello che vorrei è poter ritornare all’Italia dei Fermi, dei Natta, di Adriano Olivetti per fare qualche esempio positivo: un paese rispettato e ammirato nel mondo per quello che sapeva fare e produrre. Ci siamo riusciti nel passato; possiamo farcela di nuovo oggi.” Al suo elenco aggiungerei due nomi: Palmiro Togliatti ed Enrico Mattei. Un socialdemocratico camuffato da comunista che, dai banchi dell’opposizione, non remò contro ma aiutò la ricostruzione e il boom economico italiano e un grande imprenditore pubblico, testardo e spregiudicato, che ebbe il coraggio di sfidare la mediocrità con risultati impensabili. 121220 Daniele Leoni

venerdì 30 novembre 2012

La forza del vento italiano. Adesso!

Matteo Renzi e Pierluigi Bersani
Una settimana interessante per la vita pubblica italiana. Una partecipazione di oltre tre milioni di elettori alle primarie democratiche, che è stata una competizione tutt’altro che rituale, tutt’altro che sovietica. Matteo Renzi ha sciacquato i panni del PD in Arno, eliminando l’ultimo residuo di centralismo democratico. Ha regalato al suo partito il certificato di Socialista Liberale. Ha fatto, Matteo Renzi, quello che non riuscì a fare Bettino Craxi, oltre trent’anni fa, nel Partito Socialista e quello che Palmiro Togliatti andava maturando, a Jalta nel 1964, prima di essere stroncato da un infarto. Togliatti e Craxi, un binomio che può apparire una bestemmia eppure così vero! In questo Novembre 2012 è giunto il tempo di sbarazzarsi dei luoghi comuni funzionali alle alchimie di chi ha voluto, a partire dagli anni 70, condannare l’Italia al declino. Allora si parlava di “equilibri più avanzati” di “convergenze parallele”. Allora prese corpo la complicità fra Enrico Berlinguer e Aldo Moro, che tutto volevano tranne un Paese saldamente legato all’occidente. Una complicità, credo inconsapevole, coi poteri forti del petrolio, che avevano manifestato, un decennio prima, la loro violenza con l’assassinio del Presidente John Kennedy e del nostro Enrico Mattei . Che poi lasciò un’eredità malefica dando spazio all’insipienza di chi pretese di appoggiare la nascita dell’Euro alla deindustrializzazione dell’Italia, secondo i voleri di Francia e Germania. Di chi, con mani pulite, fingendo di combattere la corruzione, demoliva sistematicamente quanto rimaneva del gioiello industriale creato da De Gasperi e Togliatti, poi sostenuto da Craxi. Quel gioiello industriale che avanzava, nel mondo degli anni 60, a ritmi cinesi e che fece diventare, il Bel Paese, la quarta potenza economica alla fine degli anni 80. Silvio Berlusconi, nel 94, scese in campo con l’intenzione di arginare il patto sciagurato per il declino dell’Italia. La storia giudicherà se c’è riuscito. Eppure la reattività italiana alla grande crisi economica e all’Euro traballante è stata decisiva. Il favore di Pierluigi Bersani verso il bipolarismo e la sua preoccupazione per il dissolvimento del centro-destra nella serata con Vespa a Porta a porta, la sua decisa predilezione per lo sviluppo industriale mi hanno ricordato la vecchia casa socialista e liberale, quella dell’equilibrio fra meriti e bisogni, quella di una politica nobile dove la competizione non è una guerra ma una gara. Ora Berlusconi deve passare la mano perché il suo ciclo è definitivamente chiuso, per logoramento fisiologico e per età. Credevo l’avesse capito quando decise di lasciare l guida del PdL ad Angelino Alfano. Anche se tentenna e non è convinto poco importa. Dobbiamo salvare la nostra industria, cominciando da Taranto, curando il male senza uccidere il paziente. Dobbiamo coltivare il vivaio delle nuove tecnologie digitali, della robotica, delle reti complesse, dell’intelligenza artificiale valorizzando il tanto che abbiamo. Dobbiamo valorizzare la cultura, quella scientifica, senza mai dimenticare che il futuro ha un cuore antico. E chi, se non gli italiani, possono farlo? C’è il vento di Matteo Renzi a gonfiare le vele per un nuovo balzo. E’ un vento analogo a quello del 94 che si chiamava Forza Italia. Ora soffia dentro il Partito Democratico e provocherà una salutare evoluzione della sinistra e della politica tutta, in senso europeista e occidentale ma con gli italiani determinati a ritornare protagonisti. 121130 Daniele Leoni

sabato 24 novembre 2012

Domani voterò per Matteo Renzi. Fatelo anche voi!

Per Matteo Renzi Premier
Cari amici,
domani andrò a votare alle primarie del PD. Ho fatto tutte le procedure di iscrizione e ho già il certificato elettorale. Vi confesso che l’appello agli elettori che ho sottoscritto per poter votare mi sta un po’ stretto ma, mettiamola così, in quell’appello non c’è niente che non possa essere condiviso. Fa difetto però il linguaggio, è patologicamente generico, non c’è nessuna idea nuova. Però, siccome doveva essere approvato da tutti i candidati, se fosse stato più preciso o ce ci fosse stata qualche trovata d’ingegno, non avrebbe avuto il consenso di tutti.
Voterò per Matteo Renzi non perché ne condivida tutte le idee. Anzi, molte delle sue dichiarazioni programmatiche sono lontane anni luce dalla mia visione del futuro. Ma non c’è nessuno, almeno in Italia, che sia consapevole delle dinamiche socio-economiche in grado di generare la prosperità e la felicità nel futuro prossimo, con un occhio al futuro lontano. Non voglio entrare nel merito di questi argomenti e rimando, chi fosse interessato, a leggerli nel mio blog.
C’è un unico argomento sufficiente a motivare la mia convinta preferenza per il Sindaco di Firenze: la sua scelta per un sistema analogo a quello degli Stati Uniti d’America con tutto quello che ne consegue. Quindi la drastica riduzione del numero degli eletti in Parlamento e in tutte le assemblee elettive. Quindi l’abolizione delle provincie e degli enti inutili. Quindi il rafforzamento dell’Esecutivo, con poteri estesi per il Premier, con una determinazione categorica della durata del mandato che possa essere confermato una sola volta, senza deroghe. Quindi un assetto del decentramento (Regioni e Comuni) senza sovrapposizione di competenze, con uno Stato centrale che abbia competenza esclusiva sulle materie di carattere strategico nazionale, eliminando la possibilità di veto degli enti decentrati. Quindi il riordino dei poteri dello Stato (legislativo, esecutivo e giudiziario) per eliminare le inefficienze, i conflitti e le caste.
Essendo questo è l’argomento principe, allora si capisce il perché della rottamazione degli esponenti politici che pretendono che la politica sia un mestiere destinato a durare tutta la vita. L’attività politica è solo una fase nella vita del cittadino. L’attività politica deve avere carattere elettivo perché il nostro è un regime di democrazia rappresentativa. Siccome l’esercizio del potere politico tende a generare abitudine e a consolidare privilegi, occorre una sua interruzione per legge e l’obbligo, per il politico, di tornare alla sua attività privata. L’attività politica è entusiasmante però logora: allora occorrono meccanismi di ricambio continuo perché la politica venga continuamente alimentata da forze nuove.
Matteo Renzi è l’unico a sostenere con convinzione, chiarezza ed energia questo argomento che, a mio parere, viene prima di tutti gli altri. E’ l’unico nel Partito Democratico ed è l’unico, almeno per ora, fra le forze politiche rappresentate in Parlamento e fra quelle emergenti.
E’ l’unico per ora. Ma sono assolutamente convinto che, qualora vincesse le primarie, queste idee finirebbero per contagiare tutti gli schieramenti. Queste idee diventerebbero il fondamento di una profonda riforma dello Stato condivisa, evitandone il declino.
Queste idee genereranno nuova lena e una classe di politici in grado di aggregare la società civile su obiettivi di progresso economico e culturale. E di felicità.
Un sorriso.
121124 Daniele Leoni
www.leoni.net

giovedì 22 novembre 2012

Un bivacco di manipoli ...

Roberto Calderoli e Antonio Di Pietro. (Mauro Scrobogna / LaPresse)
Giorgio Napolitano ci rammenta che Mario Monti, essendo stato nominato senatore a vita, non è più candidabile alle elezioni perché la nostra è una democrazia parlamentare e le elezioni politiche eleggono il Parlamento. Certo che la nomina di un senatore a vita a Primo Ministro è stata una forzatura come una forzatura è stata la nomina a senatore a vita, se posta da Monti come condizione ad accettare l’incarico di Primo Ministro. Però la storia ci insegna che quando si verificano situazioni analoghe a quelle italiane, cioè una contrapposizione insanabile fra le aree politiche, i parlamentari eletti, i poteri dello stato, allora è tempo di dittatura. Benito Mussolini fu scelto dal Re, nel 1922, per arginare il disordine dell’età giolittiana. Il suo discorso di insediamento fu agghiacciante: “… Potevo fare di quest'aula sorda e grigia un bivacco di manipoli: potevo sprangare il Parlamento e costituire un Governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto …” Il Re assentì e gli stessi Giolitti e Facta, predecessori di Mussolini, votarono a favore. Mario Monti non è Benito Mussolini e Giorgio Napolitano non è Re Vittorio Emanuele III. La possibilità che in Italia si creino le condizioni per una forte democrazia matura, occidentale, sono più che una speranza. Vogliamo una maggioranza e un’opposizione che si alternino alla guida del Paese secondo cicli naturali. Vogliamo una maggioranza e un’opposizione che sappiano condividere la riforma costituzionale: per snellire e razionalizzare le assemblee elettive; per dare adeguati poteri all’Esecutivo con limiti temporali categorici nel mandato; per eliminare le sovrapposizioni fra i poteri dello Stato. Se questo avverrà allora potremo perdonare Napolitano per la forzatura e scusare Monti per la condizione posta. Potremo anche perdonare gli squilibrati che hanno portato le istituzioni vicino al collasso, ripartire con nuova lena e tirare un sospiro di sollievo.121122 Daniele Leoni

martedì 20 novembre 2012

La bomba inglese di Boncellino

Gli artificieri del Genio Militare controllano la bomba inglese inesplosa
Aveva il vezzo, Stuvanèn, di mutilare, col coltello, i cadaveri delle vittime. Di giocare a palla con la testa oppure di esporla, infilata in un bastone, a monito dei traditori! Era il 1845, Stuvanèn aveva ventun’anni. Dopo un secolo, nell’inferno del 1945, a Boncellino, piovvero bombe. Alcune rimasero, inesplose, seppellite nella campagna. Quest’anno, 67 anni più tardi, Zini Aliero ne ha ritrovata una con l’aratro. I tedeschi in ritirata , gli inglesi impegnati con gli americani a liberare la Romagna, poi tutta l’Italia del nord. Le formazioni partigiane con le loro sortite e i ragazzi repubblichini, lealisti di Benito Mussolini, imprigionati nel folle abbraccio nazista, in guerra contro il mondo e contro la storia.
La locandina del Passatore dei Vini di Romagna
Tra l’estate 1944 e la primavera del 1945 quante storie di tragedia e di speranza, oppure di follia, nell’attimo in cui la storia fece un salto per chiudere il sipario sulla prima metà del 900. Dalla parte di Russi i mortai inglesi e, a Boncellino, i quelli tedeschi. In mezzo il fiume Lamone con i ricordi della chiatta del Passatore, il padre di Stefano Pelloni, che trasportava i viandanti dall’altra parte. Si perché il Passatore, quello “cortese”, era il padre del delinquente “Stuvanèn d'ê Pasadôr”, stupratore, brigante e assassino, che Pascoli, dopo aver bevuto qualche bicchiere di troppo, dipinse “re della strada e re della foresta”. Sull’argine del fiume, un gruppetto di evacuati davanti alla pattuglia dei carabinieri che sbarravano la strada a mezzo chilometro dal buco con la bomba d’aereo pronta per essere brillata. Sbarravano la strada sull’argine, proprio nel luogo esatto della casa del Passatore, nell’umida mattina del 18 novembre 2012. Un’altra pattuglia era sotto l’argine, sulla strada provinciale via Sottofiume. Un’altra sulla riva opposta, dalla parte di Russi. La nuova camionetta Land Rover Defender, emblema e vanto del Comandante dei Vigili Urbani di Bagnacavallo, con una superlativa dotazione di girofari segnaletici, stile americano, sul tetto, civettava ai curiosi tutt’attorno transitando, lenta, lungo il perimetro di interdizione al luogo delle operazioni di disinnesco e brillamento. Di tanto in tanto passava una jeep dell’esercito, un’ambulanza, una macchina della Polizia Provinciale, un camioncino dell’Enel, un altro dell’Italgas. Ad un certo punto, mi aspettavo anche l’elicottero della Polizia di Stato per scrutare dall’alto ma, evidentemente, non è stato ritenuto necessario. I residenti dell’area evacuata, cinquanta persone me compreso, sono stati disciplinati: hanno staccato la corrente elettrica, chiuso il gas e l’acqua, aperto le finestre per evitare che lo scoppio rompesse i vetri. Siamo usciti in ordine alle otto del mattino come prescritto dall’ordinanza del Sindaco. Io, con Blanco, il mio vecchio labrador, determinati ad approfittarne per una camminata lungo il fiume. Il Lamone ha un fascino particolare con i suoi argini, ben tenuti, che svettano sui campi e sui frutteti tutt’attorno. Una campagna ordinata dove il pesco, prevalente fino a pochi anni fa, comincia a lasciare il posto a colture estensive fatte di cereali oppure ad un altro tipo di frutteto. Nel campo della bomba i peschi hanno lasciato il posto agli albicocchi solo da un anno. Poi ci sono le vigne, quelle per fare il vino che porta il marchio del Passatore, che è diventato il simbolo dei vini di Romagna e il campanile della chiesa di Boncellino sul cui sagrato il Passatore ammazzò la prima volta, appena adolescente. Dall’altra parte del fiume, lato Russi, svetta la struttura dell’ex zuccherificio Eridania e dell’antico vilipeso Palazzo San Giacomo. Lo spiegamento di forze per il disinnesco di una vecchia bomba d’aereo da il segno di quanto sia cambiato il valore attribuito alla vita e all’incolumità delle persone negli ultimi decenni rispetto al passato più o meno recente. C’è però una cosa che lascia interdetti: l’assenza di memoria storica e la facilità con cui miti e credenze prendono il posto della verità.
L'eccidio nazi-fascista a Piazzale Loreto dell'agosto 1944
Così i fascisti, nell’immaginario collettivo, sono diventati la rappresentazione del male assoluto mente i partigiani, che hanno combattuto i fascisti prima della cacciata ad opera delle forze alleate, sono la rappresentazione dell’eroismo. Si è voluto rimuovere il lato oscuro della lotta partigiana, anch’essa fatta di crudeltà. Come si sono volute rimuovere le vendette ripugnanti del dopo. Per esempio l’eccidio, proprio qui vicino, dei conti Manzoni, avvenuto nel luglio 1945, è uno degli episodi emblematici della ferocia che riaffiora, in condizioni particolari, nell’uomo che ha sostituto la dignità della persona con l’impulso della massa. Le vittime di quell’eccidio furono cinque, quattro uccise a sangue freddo e una sepolta ancora viva. Fra le vittime c’era la domestica. I partigiani uccisero anche il cane. La serva e il cane! Poco prima, il 28 aprile, Benito Mussolini fu fucilato assieme a Claretta Petacci. I due furono appesi, a testa in giù, a Milano, a Piazzale Loreto, per ricordare un eccidio nazi-fascista del 1944. Ma ditemi voi, che cosa c’entrava Claretta? Poi, nel 1946, un grande uomo, il capo comunista Palmiro Togliatti ministro di Grazia e Giustizia, mise fine alla catena di violenze e di vendette con il sequestro delle armi alle formazioni partigiane e con l’amnistia per tutti, fascisti compresi. In quel momento si chiuse il sipario, in Italia, sul cinquantennio pazzo che infiammò due volte l’Europa, che trascinò nella guerra il resto del mondo. Fu un cinquantennio in cui, a fianco di violenze inimmaginabili, ai campi di sterminio nazisti e alle teorie della razza, prese vita il cinema, si svilupparono la radio e le telecomunicazioni. Il nostro pianeta incominciò a diventare un villaggio globale e quello che accadeva lontano poteva essere vissuto da vicino. Nel 1962 una nuova guerra mondiale fu sfiorata con la crisi di Cuba. Però prevalse il buon senso grazie al Presidente americano John Kennedy, al Presidente sovietico Nikita Kruscev e a Papa Giovanni XXIII. Tre uomini lontani mille miglia ma uniti dalla televisione e, assieme a loro, in tempo reale, l’intera umanità che trepidava e che faceva sentire il proprio umore! Un boato secco e una nuvola di fumo bianco ha interrotto i miei pensieri. La bomba inglese era esplosa per opera del Genio Militare, innocua, sotto un paio di metri di terra. Un brutto ricordo che ora non c’è più. Un auspicio perché al comando dei destini del mondo vengano scelti uomini di pace e che i guerrafondai vengano emarginati. Che i violenti siano messi al bando nella politica ma anche nella cultura popolare. Compreso il marchio dei vini di Romagna. 121120 Daniele Leoni