lunedì 5 dicembre 2011

La terra non è malata: è incinta!

Stavo cercando elaborazioni recenti del pensiero dell’economista statunitense Julian Simon, scomparso nel 1998. Anche perché le recenti vicende della crisi della finanza planetaria sembrano dargli ragione. Egli infatti delineò quella che, secondo me, è l’unica via d’uscita possibile, naturale e razionale. Certamente ne delineò le premesse. Ebbene, mi sono imbattuto nella presentazione di un libro di Adriano Autino, all’università La Sapienza di Roma il 18/11/2008: “LA TERRA NON È MALATA: È INCINTA!”. Visto l’argomento mi aspettavo un successo clamoroso ma purtroppo non ho trovato altri riscontri e recensioni. Ho cercato più a fondo e ho trovato una pubblicazione del 2011, in inglese, dal titolo “Three Theses for the Space Renaissance”, dello stesso autore. L’ho scaricata in formato Pdf dal sito - http://www.lulu.com/product/ebook/three-thesis-for-the-space-renaissance/17423682 -, pagandola sei euro. Mi accingo a leggere questa versione più recente perché ho proprio intenzione di discuterne a fondo, molto a fondo!
Però penso di aver capito la ragione del mancato successo della pubblicazione. Perché descrive scientificamente un futuro dell’uomo nello spazio con immagini eccessivamente allegoriche, anche utilizzando la scultura di una donna incinta crocifissa, che può apparire blasfema. E’ stato commesso un imperdonabile errore d’immagine che porta a confondere questa pubblicazione con quelle di gruppi esoterici, astrologici o simili. Di seguito riporto quattro slide che mi sembrano essenziali. A presto! 111205 Daniele Leoni

venerdì 18 novembre 2011

Andrea Riccardi, che voleva Charta ai Musei Vaticani!

Il Ministro Andrea Riccardi
Della compagine del Governo di Mario Monti, ho avuto l’opportunità di conoscere, di persona, il Ministro Andrea Riccardi. Lo incontrai verso la fine degli anni 90 quando presentai l’offerta per la nuova biglietteria ai Musei Vaticani. Era un’offerta ambiziosa. Mi proponevo di risolvere in modo brillante il problema dell’accesso ai Musei in occasione del Giubileo del 2000 e, dopo cotanto collaudo, di candidarmi alla risoluzione dell’analogo problema laddove si dovesse gestire, nel mondo,  un flusso consistente di visitatori paganti in occasione di grandi eventi. Andrea Riccardi era il responsabile amministrativo dei Musei Vaticani e direttore reggente era Francesco Buranelli. Facemmo un certo numero di riunioni in una stanza del Vaticano, a lato di Piazza San Pietro. Ad un certo punto, la trattativa divenne serrata ed ebbi proprio la sensazione di aver convinto i miei interlocutori.
Non ero l’unico a fare l’offerta. Ero però l’unico ad offrire una soluzione a pagamento. Tutti gli altri avevano  l’obiettivo di fregiarsi del titolo di fornitori della biglietteria del Musei Vaticani e di utilizzare questa prerogativa a fini pubblicitari. Io invece, che di mestiere facevo sistemi di vendita di biglietti, dovevo farmi pagare per forza. Andrea Riccardi era un mio sostenitore e mi accorsi che era proprio il mio Ticket Teller che l’aveva convinto. Vi spiego brevemente di che cosa si trattava.
L’acquisto dei biglietti doveva avvenire a livello globale, con sistemi multicanale. Tramite punti di vendita convenzionati, agenzie di viaggio, l’organizzazione planetaria della Chiesa Cattolica e la neonata Internet, di cui avevo già collaudato, con successo, l’efficienza e le potenzialità alla Scala di Milano. Ognuno di questi punti o sistemi di vendita doveva assegnare un identificatore univoco, leggibile tramite un codice a barre o il corrispettivo numerico. L’identificatore avrebbe riscontrato anche l’avvenuto pagamento ed era sufficiente per riconoscere la carta utilizzata per il pagamento online. All’ingresso dei Musei Vaticani dovevano essere collocati tanti Ticket Teller, in numero ridondante. Non sarebbe stato un problema il numero, perché i componenti erano poco costosi: un collegamento in rete al server, un lettore di bar-code, una stampante a trasferimento termico del cartoncino definitivo, quello per il controllo accessi. Ipotizzai che almeno il 95% dei possessori del biglietto d’ingresso, comunque acquistato, potessero essere serviti dal Ticket Teller ottenendo un cartoncino definivo, emesso automaticamente, per essere letto dalla barriera del controllo accessi. Il restante 5%, che si supponeva avrebbe avuto dei problemi di lettura automatica, sarebbe stato servito dagli sportelli con operatore che, in ultima analisi, avrebbero verificato l’acquisto, l’identità dell’acquirente tramite i documenti e avrebbe emesso un cartoncino valido per il controllo accessi. Risultato: il flusso alle barriere di controllo accessi, dotate di lettori e porte automatiche, sarebbe stato eccezionalmente fluido, senza intoppi, perché tutte le incongruenze sarebbero state risolte prima dai Ticket Teller e dagli sportelli con operatore!
Non so cosa capitò ma, nonostante tutti i pareri favorevoli, la mia offerta  non venne accolta. Che peccato per i Musei Vaticani, che dovettero proseguire con una lunga stagione di inefficienza. Che peccato per me, che mancai l’occasione di conquistare il mercato mondiale del ticketing museale. Che peccato anche per l’Italia che avrebbe potuto replicare il miracolo dei telepass autostradali: un made in italy diffuso in tutto il mondo! Pochi anni dopo Banca Intesa guidata, da Corrado Passera, mi impose di cedere alla banca le ultime quote della mia ex società: Charta. Lo fece pagandomi 600 mila euro, solo il 50% del residuo concordato, ottenuto  grazie alla mediazione dell’Avvocato Professor Paolucci di Bologna. Lo fece, Corrado Passera,  consegnandomi definitivamente alla barbarie bagnacavallese che mi avrebbe spellato vivo. Perché qui, nella Romagna rossa, gli imprenditori creativi fanno una brutta fine. A Bologna è già diverso, per non parlare di Rimini, patria della mia adolescenza e dell'amico Andrea Riccardi.

domenica 9 ottobre 2011

Forza gnocca!

Il l'europarlamentare Pdl Licia Ronzulli
Eugenio Scalfari scrive oggi su Repubblica che “il Forza Gnocca berlusconiano non è una battuta ma un appello ai peggiori istinti che albergano in ciascuno di noi”. Io penso che Scalfari sia fuori di testa. Intendiamoci, è legittimo assimilare una battuta di spirito ad una manifestazione di qualunquismo. E’ questione di opinioni e laddove vi è libertà vi è anche libertà di opinione. Ma in questo caso, con le parole “peggiori istinti” s’è colmata la misura.
Io credevo che il peggiore istinto fosse la crudeltà che, di tanto in tanto emerge, ancora oggi, con prepotenza, in vaste zone del mondo. La crudeltà che ha purtroppo segnato la nostra storia tanto da far considerare l’uomo come la peggiore delle belve feroci. La crudeltà dei campi di sterminio, delle foibe, delle navi negriere che, attraverso l’oceano, perdevano oltre la metà del carico, dei migranti gettati in mare, delle bambine infibulate e dei giovani rapiti per espiantare gli organi. La crudeltà delle donne segregate, ammantate di nero, soffocate dal burga, sgozzate o lapidate in piazza perché si sono ribellate per non impazzire. I peggiori istinti furono quelli dell’inquisizione che torturava per estorcere la confessione e accendeva i roghi per bruciare le streghe, gli eretici. O semplicemente gli avversari del signore del momento, in politica o negli affari.
Il rogo in piazza si perde nella notte dei tempi e continua, ancora oggi, con varie manifestazioni folcloristiche di fine inverno dove viene bruciata, segata, squartata una vecchia di cartapesta.
- E’ una vecchia strega simulacro del freddo inverno e di tutti i mali del mondo - si giustifica la tradizione popolare! - Ridurla in cenere apre le porte alla primavera! –
Il “Sega la vecchia” è, infatti, un racconto, una sceneggiata, che vede i Cantori-Segatori attori di una vera e propria drammatizzazione imperniata alla necessità di “segare” la vecchia che, come recita il Capoccia “ce n’ha fatte tante” e perciò deve essere punita. A San Quirico d’Orcia (Siena) la storia è stata rivisitata con un lieto fine. In realtà la ”vecchia”, qui rappresentata dalla moglie del capoccia, è la Quaresima, la lunga notte invernale in attesa del richiamo della Primavera, la Resurrezione della natura. Il rituale vuole che la vecchia, prima di essere condotta a morte da parte dei segatori, segua una sorta di purificazione, il pentimento, e lasci Testamento alla presenza del Notaio. Dopo che lo Squadratore ha preso le misure e i Segantini si apprestano alla Segagione, d’improvviso il Figlio, già accondiscendente, si fa avanti ad invocare ed impedirne l’esecuzione. Dopo un tergiversare fra il figlio, il vecchio genitore (il capoccia), la Guardia di foreste, l’intervento del Dottore, la “vecchia” guarita, viene portata a “nuova vita”: una vera e propria Resurrezione della natura contro le avversità della cattiva stagione e le ristrettezze imposte dalle necessità del periodo quaresimale. A questo punto si apre lo Scenario verso la nuova vita, il figlio vuole sposarsi, il vecchio e la vecchia si abbracciano e ballano mentre il Prete impartisce la benedizione agli sposi. Si chiude la scena tra cori e balli in allegria.
E con la primavera, si sa, nascono i nuovi amori, quelli giovani e liberi. Salutari, inebrianti scopate senza bisogno di stordirsi con i superalcoolici o con la cocaina. Perché il sesso basta a se stesso, ti trasporta in un mondo di carezze e di piacere che stimola il corpo stesso a generare la chimica del viaggio-sogno. Ed è un viaggio in due, di un uomo e una donna, che possono essere anche avanti con gli anni, non importa. L’importante che siano giovani dentro!
Solo una donna e un uomo fanno la magia. Le varianti non sono contemplate anche per il fatto che non possono creare nuova vita.
Allora forza gnocca! Soprattutto se è un uomo a dirlo. Se è un uomo che ha tanti figli belli e sani e tanti nipoti. Se è un uomo che ha creato imprese, che ha dato lavoro a migliaia di giovani, che ha sostenuto migliaia di famiglie, che a loro volta hanno migliaia di bambini.
Silvio Berlusconi, dopo la battuta, è volato in Russia dall’amico Vladimir Putin alla festa di compleanno. Un viaggio privato. Un po’ di relax dopo i troppi veleni italiani. Gli auguro di cuore un bel flirt alla festa, con una donna affascinante e innamorata. Non parlerà di affari con Putin ma so che abbraccerà l’amico e gli trasmetterà, ancora una volta, simpatia.
Silvio e Vladimir, amici per la pelle.
La Russia è grande, la leadership al Governo solida e di prospettiva: è quello che ci vuole per una transizione sicura verso la democrazia liberale che il popolo russo merita, dopo ottant’anni di comunismo. Gli italiani amici di Silvio Berlusconi si faranno in quattro per aiutare il popolo russo a scalzare, ad uno ad uno, gli intriganti ancora attaccati alla vecchia nomenclatura sovietica che continuano, in Italia e in Russia, a gestire fette di economia, di potere e di malaffare.
Tu lo sai bene Eugenio Scalfari come lo sa bene il tuo degno compare Carlo De Benedetti. Tu lavori per una nuova stagione di oscurantismo, accomuni il sesso femminile ai peggiori istinti, e vorresti le donne col velo islamico! Sei il servo sciocco di quanti, col referendum nucleare, hanno condannato l’Italia al declino industriale. Vorresti i roghi in piazza ma dovrai fare i conti col metano russo dell’amico Putin, con i rivisitatori di San Quirico e con le donne orgogliose del loro sesso! Forza gnocca! 111009DanieleLeoni

mercoledì 5 ottobre 2011

Viva Wikipedia! Attento Silvio Berlusconi.

Attento Silvio Berlusconi! Attento ai falsi amici che si nascondono fra i tuoi alleati! Ricordati di quando ti battesti contro il monopolio radiotelevisivo e vincesti la battaglia con l’aiuto di Bettino Craxi. I tuoi amici non possono essere contro internet, contro i social network, contro wikipedia.
Lo voglio dire forte e chiaro. Da quando i social network sono diventati un fenomeno di massa, mi sento più libero. Libero anche di provare un certo fastidio nei confronti di tutti coloro che vorrebbero limitarli o immolarli sull’altare del rispetto della privacy. Certo, la libertà non comprende le ingiurie, le calunnie, il turpiloquio gratuito o l’istigazione a delinquere.
Marina, Presidente Fininvest e Mondadori
Questi sono reati già puniti dal codice penale indipendentemente dal mezzo utilizzato per compierli. Internet e i social network rendono più facili questi reati ma garantiscono anche un potentissimo strumento di difesa contro di essi. Tutti coloro che abbiano pazienza e intelligenza possono smentire e organizzare la smentita. L’accesso diffuso alla rete e la possibilità di comunicare gratuitamente per iscritto, in audio o in video fornisce a tutti noi uno strumento di una potenza inaudita. Mai nella storia dell’umanità abbiamo nemmeno immaginato di avere in mano mezzi così potenti. La parte debole della società ha strumenti potenti per comunicare col resto del mondo. Anche la parte creativa, emergente.
Ebbene, qualcuno mi spieghi che cosa c’entra la sacrosanta difesa da una banda di sciagurati che utilizzano le intercettazioni per colpire i diritti più elementari  e vogliono instaurare uno stato di polizia (le toghe rosse) con la pretesa di mettere il bavaglio ai blog.
Chi è stato quell’imbecille che ha inserito il comma 29, nel disegno di legge sulle intercettazioni? Per quali reconditi motivi lo ha fatto?
Sono i comunisti che odiano la rete, che detestano i social network e sognano una società di schiavi asserviti alle loro perversioni mentali. Sono i comunisti che sostengono che  "la pace è guerra, la libertà è schiavitù, l'ignoranza è forza" come profetizzava George Orwell.
E’ Carlo de Bendetti il nemico naturale della rete, non Marina, Presidente di Fininvest e di Mondadori.
E’ Pierluigi Bersani con i suoi black block, contro l’alta velocità, contro il nucleare, contro il ponte di Messina, contro il progresso industriale e alleato dei fannulloni, dei parassiti e della peggiore Italia, che ha paura di Internet e dei Blog! 111005 Daniele Leoni

domenica 2 ottobre 2011

Brunetta e l'antimafia

Su, per una volta, facciamo tutti uno sforzo (quanto meno di onestà intellettuale) ed ammettiamo che la burocrazia è anch’essa causa del lento (per essere buoni) funzionamento della macchina statale. E riconosciamo pure che a nessuno – ma proprio a nessuno – piace perdere ore, se non giorni, impantanato negli uffici pubblici tra scartoffie che sanno solo di stantìo. E allora usciamo dal settario modo di pensare dettato dal becero “anti” a tutti i costi e diamo ragione a Renato Brunetta il quale (a differenza di quanto tentano di far credere gli avversari politici) non ha mai detto che il cd. certificato Antimafia è inutile e quindi deve essere abolito (chiaro il concetto, dottor Travaglio?).
L’opinione espressa dal ministro è stata, in sostanza, un’altra: «Una delle vitamine per la crescita è la semplificazione. Perché famiglie e imprese devono fornire certificati alla pubblica amministrazione che li ha già in casa?». In altri termini, perché costringere il cittadino a girare per gli uffici della Pubblica Amministrazione quando gli capita di avere a che fare con la stessa P.A.? Invece di trasformare il cittadino in un “fattorino” costretto a portare incartamenti da un ufficio all’altro dello stesso ente (appunto la Pubblica Amministrazione), siano gli uffici a scambiarsi i documenti necessari.
«Il certificato antimafia è indispensabile – ha ribadito Brunetta - ma è indispensabile che a procurarselo siano le pubbliche amministrazioni al loro interno, senza più vessare imprese e cittadini». Non è questione di “meno legalità per tutti” come banalmente hanno commentato autorevoli (?) membri dell’opposizione. Si tratta soltanto di alleggerire la posizione di imprenditori e comuni cittadini di fronte alla fagocitante burocrazia.
tratto da www.giustiziagiusta.info

sabato 24 settembre 2011

Il tunnel dei neutrini e il lessico degli analfabeti.

Il Ministro Mariastella Gelmini
Ricordate quando Berlusconi definì Barack Obama giovane, bello e abbronzato? Era un complimento simpatico, lontano anni luce dal dileggio. Eppure un'ondata di proteste si sollevò da parte dei soliti  sinistri personaggi, ampollosi scribacchini ignoranti. Dietro di loro il coro di pecoroni in rete che riempirono, per mesi, pagine e pagine di retorica, ridicola indignazione. Ebbene, una analoga sollevazione  sta prendendo forma, in queste ore,  per un comunicato stampa del Ministro Mariastella Gelmini, pubblicato nel sito del Ministero della Ricerca. Il Ministro rivolge il plauso e le congratulazioni agli autori dell’esperimento  in cui, un fascio di neutrini è stato diretto  dal CERN di Ginevra verso i laboratori italiani del Gran Sasso.  Sotto la montagna i nostri ricercatori hanno constatato la velocità extraluce del fascio, aprendo nuovi orizzonti alla fisica delle particelle,  delle alte energie con implicazioni che potrebbero sconvolgere le nostre teorie attuali sulla nascita e sul destino dell’universo. Poiché tutti sanno che il neutrino è una particella così minuscola e singolare da attraversare la materia, anche l’intero pianeta, senza subire influenze apprezzabili, il Ministro ha voluto fare una metafora. Ha parlato della costruzione di un tunnel fra Ginevra e il Gran Sasso a cui l’Italia ha contribuito con 45 milioni di Euro. Un tunnel ideale che unisce i laboratori e il mondo della ricerca scientifica. Io, che sono uno spirito semplice, l’ho capita così e quella del tunnel mi è parsa un’immagine simpatica. Una bella allegoria per raccontare che abbiamo investito per consentire a ricercatori, separati da 750 chilometri di roccia, di lavorare gomito a gomito. Ma il tam tam di insulti verso il Ministro Gelmini monta su twitter, su facebook e domani sarà ripreso dalla carta stampata. Domani, nel tunnel della Gelmini, misureremo il grado di alfabetizzazione dei giornalisti professionisti. Visti i precedenti ho il terrore di dover fare un'amara constatazione. 110924DanieleLeoni

FUOR DI METAFORA
Anche Roberto Petronzio, presidente dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, curatore dell’esperimento sul superamento della velocità della luce, difende il ministro Gelmini. «È una polemica del tutto strumentale e pretestuosa. È ovvio che il ministero dell’Istruzione si riferisse al tunnel lungo un km, che l’Italia ha contribuito a costruire, al cui interno viene lanciato il fascio di protoni. Pertanto resto sorpreso su come si sia potuta ingenerare una simile polemica priva di fondamento».
«I neutrini hanno sì viaggiato dentro un tunnel, ma si tratta di un percorso lungo 1 km che si snoda nell’area del Cern sotto Ginevra e che parte da uno degli iniettori di Lhc, chiamato acceleratore Sps», spiegano gli esperti dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso dell’Infn (Lngs), precisando che «il contributo di 45 milioni dell’Italia è relativo a tutto il progetto Cngs, che comprende anche questo tunnel di 1 km». «Dall’acceleratore Sps di Ginevra - spiegano ancora - vengono estratti protoni che incontrano sul loro cammino un bersaglio di grafite. I protoni interagiscono con la grafite e producono altre particelle che si chiamano mesoni. Dal decadimento in volo di questi mesoni nel tunnel di 1 km vengono prodotti i neutrini». «A questo punto - proseguono dai laboratori del Gran Sasso - i neutrini lasciano il tunnel e continuano il loro percorso nella roccia terrestre, che per loro è come se non esistesse, ovvero non costituisce per loro un ostacolo. I neutrini compiono così i 730 km in linea retta dentro la roccia fino ad arrivare al laboratori del Gran Sasso». «Una volta arrivati nei laboratori sotto il Gran Sasso, alcuni neutrini - spiegano ancora gli esperti - vengono intercettati dall’esperimento Opera. I neutrini, infatti, urtano contro i «mattoncini» fatti di piombo e lastrine fotografiche dell’esperimento Opera e, alcuni di essi, interagendo con il piombo, producono altre particelle cariche che lasciano le loro tracce nelle lastrine fotografiche ed in altri rivelatori dell’esperimento». «Questo -concludono gli esperti - è il percorso che ha consentito agli scienziati di "vedere" e misurare la velocità raggiunta dai neutrini che stanno facendo parlare, in queste ore, la comunità scientifica di tutto il mondo».

Non conta niente spiegare. La logica e la ragione nulla possono contro l'ignoranza dilagante, il dileggio, elevato a pratica quotidiana, da parte di una categoria di giornalisti capaci solo di imbrattare la carta. Quello che dispiace che anche giornalisti "amici" si sono lasciati andare agli insulti. A dimostrazione dell'ignoranza abissale dell'intera categoria.


Il comunicato stampa http://www.istruzione.it/web/ministero/cs230911

sabato 17 settembre 2011

Casini, Rutelli e i falsi invalidi.


L'ipotesi di un Berlusconi che fa un passo indietro per lasciare la guida del Centro Destra ad Angelino Alfano rientra fra le cose possibili ed accettabili. Quello che mi terrorizza è però l'allargamento della maggioranza ai partitini di Casini e di Rutelli. Purtroppo questi partitini hanno ereditato i vizi peggiori della Democrazia Cristiana. Non rappresentano più il mondo cattolico come il partito di De Gasperi e Fanfani ma continuano a tutelare i fannulloni della pubblica amministrazione. Difendono gli insegnanti analfabeti di ritorno, che non vogliono internet e si rifiutano di imparare l'inglese. Si battono per mantenere i privilegi delle cooperative bianche e controllano organizzazioni che insegnano il lavoro nero con annessa indennità di disoccupazione. Controllano la grande fabbrica italiana di falsi invalidi con funzionari corrotti e medici collusi. Fanno le stesse cose delle analoghe organizzazioni rosse e rappresentano l'Italia peggiore. Allora non basterà allargare la maggioranza a Casini e a Rutelli ma occorrerà estromettere il Ministro Brunetta, nemico dei fannulloni. Per non parlare del Ministro Sacconi, colpevole di mettere un po' d'ordine nelle relazioni industriali e di premiare l'efficienza.  Ma forse non vi sarebbe posto nemmeno per Tremonti, troppo attento ai conti e poco allegro nella spesa.
Non è meglio che rimanga ancora Berlusconi con l'appoggio di Domenico Scilipoti e dei suoi responsabili, che sono in crescita? Non è meglio provare a smantellare le fabbriche di falsi disoccupati, di falsi invalidi e di milioni di falsi lavoratori: dipendenti pubblici la cui unica mansione è riscuotere lo stipendio, in attesa di andare in pensione? 110917DanieleLeoni

giovedì 14 luglio 2011

I radical chic ora insultano Renzo Bossi. Ma non si accorgono che i cretini sono loro.

Renzo Bossi detto il trota 
Renzo Bossi è diventato un TT su Twitter. TT è l'acronimo di Tranding Topics, cioè dell'argomento più popolare del momento. Questo è successo per la serie infinita di insulti chi gli sono stati indirizzati dai vari sapientoni, prevalentemente di sinistra, che si auto celebrano intellettuali della rete. Gli insulti sono stati ripresi anche da diversi giornali, dimostrando quanto povera sia la cultura di certi giornalisti. Tutto questo perché il nostro ragazzone ventitreenne ha registrato un video dove dice che i social network danno spazio al globalismo ma contemporaneamente aiutano anche il localismo. Lo dice senza parlare forbito, senza voce impostata, con l'accento lombardo un po' strascicato e senza la sovrabbondanza di doppie tipica della parlata romana. Sapete cosa vi dico: che sono proprio contento che il trota prenda lo stipendio da consigliere regionale. Almeno lui una categoria la rappresenta, cioè i ragazzi come lui che l'hanno votato. Mentre quella folla di scribacchini, senza contenuto e senza costrutto che lo insultano, non rappresentano proprio nessuno. I più vivono alle nostre spalle perché sono assistiti o perché sono pagati da giornali che sopravvivono grazie la finanziamento pubblico. Ma l'ironia vuole che questa banda di cretini un risultato l'abbia ottenuto: quello di far diventare Renzo Bossi ancora più popolare! 110714DanieleLeoni

lunedì 11 luglio 2011

Marina, resisti!

560 milioni di euro al cittadino svizzero Carlo De Benedetti: da pagare subito, altrimenti sei fuorilegge. Nulla contano i quasi ventimila dipendenti del gruppo Fininvest. Nulla conta il percorso virtuoso che, dalle navi da crociera, dove cantavi e guadagnavi abbastanza, passando attraverso l’edilizia, sei arrivato a fondare una TV privata che ha funzionato, con il suo contorno finanziario, di pubblicità e di varia umanità, humus vitale di tutto il mondo dello spettacolo. Nulla conta la consapevolezza che, ad un certo punto, se hai successo, arriva qualcuno più forte di te che ti vuole stroncare, che ti vuole rompere le ossa. Lo vuole fare finché sei piccolo, perché potresti crescere e diventare pericoloso. Nulla conta l’evidenza che hai combattuto con tutte le tue forze che hai vinto, una, dieci, cento volte, per il rotto della cuffia e che i più, al tuo posto si sarebbero arresi. Nulla conta che la tua sconfitta avrebbe significato disoccupazione e miseria, perché tanti altri si sarebbero arresi. Invece, seguendo il tuo esempio, hanno trovato la forza di combattere e di vincere a loro volta.
Marina Berlusconi presidente Fininvest e Mondadori.
Mia madre adora Silvio Berlusconi. Mi dice sempre che aveva una bella voce quando veniva a cantare, l’estate, alla Casina del bosco di Rimini. Io non lo ricordo perché avevo solo otto anni ed ero preso da altre cose. Mi piaceva l’elettricità e avevo costruito un telegrafo con cui comunicavo col mio amico Giorgio della casa accanto. Poi avevo fatto una radio galena, che ascoltavo in cuffia. Mi ricordo invece che, l’estate, si dormiva tutti  in una stanza  sola e si usava il bagno piccolo perché, il resto della casa, era affittata all’Hotel Bamby per i turisti. E mia madre cuciva sempre, anche di notte, seduta sopra il tavolo della cucina, vicino alla lampadina, così ci vedeva meglio. La mattina dopo doveva consegnare i pantaloni e le altre riparazioni ad un negozio di abbigliamento. E il padrone, se sgarrava, aveva tante sartine in fila pronte a prendere il suo posto. La mia mamma, che si era cavata gli occhi con ago e filo, che si era rotta la schiena, quando, vent’anni dopo, Canale 5 fece discutere parecchio perché il grande impresario Silvio Berlusconi aveva sfidato il monopolio pubblico, diceva a tutti ammirata: - Che bravo ragazzo! Che bella voce! … -
Io invece, nel 1982, facevo qualche regia televisiva  alla Rai. La mia specialità era il documentario scientifico ed ero bravo.  Uno dei miei compagni di lavoro, precario come me, era Loris Mazzetti,  oggi capo struttura di Rai tre, quello che ha fatto vieni via con me con Roberto Saviano. Anch’io provai ad andare a Canale 5 per propormi.  Non ebbi fortuna perché il curatore delle rubriche scientifiche era Jas Gawronski, il cui stile era molto diverso dal mio. Il mio mito era David Frederick Attenborough della BBC e la mia impostazione era analoga a quella di Alberto Angela di oggi, che di Attenborough ha ereditato lo stile arricchendolo.
Alberto Angela, figlio d’arte,  ha tutta la mia ammirazione. Però io, poco dopo, rinunciai alla televisione, alla Rai e rinunciai anche al documentario scientifico. Partii con la mia avventura di imprenditore in campo tecnologico creando servizi innovativi per i teatri. Rimasi quindi nel mondo dello spettacolo. Debbo dire che feci bene perché ottenni ottimi risultati. Silvio Berlusconi, che non ho mai incontrato personalmente, era l’apripista,  per me come per migliaia di altri ragazzi dei primi anni 80. Era un imprenditore molto, molto bravo. Era un uomo da imitare.
Carlo De Benedetti.
Da quel lontano 1982 ho seguito le vicende della Fininvest con attenzione. Se non altro perché, con un’azienda di cento persone, Canale 5, teneva testa alla Rai che aveva trentamila dipendenti. Silvio Berlusconi mi è sempre parso una persona capace e ambizioso. E Quando l’ambizione si sposa con la competenza, con l’intelligenza vivace e con la forza di carattere, allora possono compiersi dei miracoli. Come tanti grandi italiani hanno compiuto.  In verità il mio stile di vita, il mio carattere e le mie priorità non sono state le stesse di Berlusconi. Lui è un fervente cattolico e io sono ateo. Lui, come tutti gli uomini di spettacolo, è molto sensibile alle apparenze, io invece bado molto alla sostanza e, qualche volta, anche alla forma. Io sono cresciuto con l’informatica, sono stato uno dei pionieri di internet, credo che la televisione e la stampa tradizionale siano in via di superamento. Lui invece è diffidente verso il popolo della rete.  Io non ho mai dato una grande importanza al denaro.  Lui invece l’ha sempre considerato il fattore principale della sua attività e questo ha salvato la vita alle sue aziende e, assieme alla loro, la vita del nostro Paese.
Quando, nel 1994, scese in campo per impedire che il Paese finisse in mano a mercenari prezzolati le cui teorie e convinzioni  erano state sconfitte dalla storia, salvò la vita a tante imprese. E fece molto di più: riaprì la possibilità di costruire, nel tempo, un terreno di confronto fra una destra democratica e moderata e una sinistra, anch’essa democratica e moderata, come negli Stati Uniti d’America. Certo, come negli Stati Uniti, dove i disfattisti, i terroristi e gli antiamericani sono fuorilegge. In Italia, invece, dopo la morte dell’ultimo grande moderato, testa pensante di sinistra, Plamiro Togliatti, le teste vuote del  partito comunista italiano, incapaci di iniziativa autonoma, si dovevano pur affidare a qualcuno. Si affidarono innanzi tutto all’Unione Sovietica di Breznev , che nel 1964, proprio nell’anno della morte di Togliatti, depose Nikita Khruscev. Furono sostenuti, i comunisti italiani orfani, da cospicui finanziamenti sovietici. Breznev però non finanziò solo il PCI. Finanziò anche la strategia della tensione, il terrorismo politico e, infine, le brigate rosse. Ecco perché, nella seconda metà degli anni sessanta, crollarono velocemente tutti gli indici del miracolo economico italiano, le fabbriche diventarono campi di battaglia e la strage di Piazza Fontana chiuse il decennio nel quale i nostro Paese perse tutte le sue opportunità. Nel decennio che seguì, quello che io chiamo il decennio grigio delle geometrie impossibili, a tener bordone a Moro e Berlinguer che inventavano le convergenze parallele, ecco che spunta Carlo De Benedetti.  Carlo De Benedetti non ha fatto Milano 2, non ha creato Canale 5 ma ha comparato quote, sfruttato amicizie, occupato poltrone di presidente degli industriali, di amministratore delegato della Fiat, poi dell’Olivetti . Olivetti che, con la sua dabbenaggine, è riuscito a distruggere. 
Locandina del film sul caso Calvi.
Fu anche vice presidente del Banco Ambrosiano nel periodo della sinistra morte di Roberto Calvi, impiccato sotto il Ponte dei Frati Neri a Londra. Quel De Benedetti che, con la complicità di Romano Prodi, tentò lo scippo della SME, il gioiello dell’Iri, scippo sventato da Bettino Craxi nel 1985. Due anni dopo tentò la scalata a Mondadori, contrastata da Silvio Berlusconi, che finì col ben noto “lodo” cioè la spartizione di Repubblica e l’Espresso che rimasero a De Benedetti e Panorama e Mondadori Libri a Berlusconi. Infine tangentopoli con lo strascico di veleni e di lutti, dove il nostro si dichiara colpevole di aver pagato tangenti, per dieci miliardi di lire, ma riceve un trattamento di favore: solo un giorno di arresti, poi libero e scagionato. Nel 1994 Silvio Berlusconi fonda Forza Italia, mostra la faccia, scende in campo, vince le elezioni. Intanto Mondadori prospera come editore, le cui uniche regole sono quelle del mercato, non il colore politico. Le televisioni Mediaset prosperano, anch’esse regolate solo dal mercato.
Adesso il tentativo di esproprio a Mondadori di ben 560 milioni di Euro sulla base di un teorema convalidato dalla corte d’appello di Milano. Parliamoci chiaro: la famiglia Berlusconi ha la disponibilità della somma e potrebbe evitare di resistere, certa che il gruppo Fininvest recupererebbe presto il maltolto agendo in armonia col mercato e che i suoi nemici sono destinati al fallimento come tutti i settari, faziosi, anti italiani, condannati dall’economia e dalla storia.  Ma la Mondadori ha il dovere di resistere con ogni mezzo legale perché quei 560 milioni in mano al cittadino svizzero Carlo De Benedetti sarebbero usati contro di noi. Sarebbero usati per sostenere il nuovo terrorismo del black block fascisti e comunisti, che poi è la stessa cosa. Marina, resisti. Piegati come il giunco nella tormenta. Fallo per mia mamma, china sul cucito, piccola protagonista del miracolo economico della Rimini dei primi anni 60, che si accorse, allora, che tuo padre era un grande! 110711 Daniele Leoni

sabato 2 luglio 2011

Il nostro orgoglio e il loro pregiudizio.

Un manifesto ispirato da Palmiro Togliatti.
Mi ricordo bene, anche se avevo solo otto anni, il manifesto dei comunisti italiani del 1961. Era un manifesto dove dominava un grande cielo azzurro con una falce un martello stilizzati bianchi. Sopra la falce c’era un missile stilizzato, anch’esso bianco, lanciato verso il cosmo. In basso, a distesa fino all’orizzonte, un panorama di fabbriche e cantieri. A testimoniare quanta forza avesse, di quali miracoli potesse essere capace l’uomo, finalmente libero dalla schiavitù. L’uomo libero che voleva conquistar le stelle. Il manifesto commemorava la rivoluzione russa ed era ispirato da Palmiro Togliatti.
Togliatti fu un grande leader. Lo fu più di Pietro Nenni, più di Giuseppe Saragat, più di Ugo La Malfa. Ebbe il merito e la colpa di essere veramente “il migliore”, di essere contemporaneamente moderato e comunista. In virtù del suo equilibrio e alla sua moderazione, in Italia si insediò, nel dopoguerra, il più forte partito comunista dell’occidente. Ciò accadde perché egli capì che gli italiani non sono un popolo di rivoluzionari. Così si affrettò a disarmare quei partigiani che volevano trasformare il Paese in una repubblica socialista e, con la svolta di Salerno, antepose la lotta antifascista alla fine della monarchia. Fu protagonista dei governi del periodo costituzionale transitorio, dal 1943 al 1947. Ebbe un ruolo determinate nel 1946, evitando di trasformare lo scontro fra monarchici e repubblicani in guerra civile. Seppe passare la mano dopo  la sconfitta del fronte popolare del 18 aprile 1948. Vittima di un attentato due mesi dopo, appena fuori dalla sala operatoria, si adoperò per calmare gli animi dei suoi compagni, già pronti ad imbracciare il fucile.  Nei sedici anni che seguirono fu un buon capo dell’opposizione. Aveva cultura industriale e favorì il boom economico italiano degli anni 50 assieme ad Alcide De Gasperi.  Negli anni successivi assieme ad Amintore Fanfani. Non mi stancherò mai di ricordare che,  come fu Enrico Mattei, democristiano, il braccio armato di Alcide De Gasperi per lo sviluppo industriale dell’Italia, il comunista Felice Ippolito, presidente del CNEN, artefice del gioiello nucleare italiano, fu il braccio armato di Palmiro Togliatti. La morte inaspettata di Togliatti nel 1964, all’età di 71 anni, lasciò il maggiore partito della sinistra italiana senza guida. Rimaneva il testamento politico, che indicava la via democratica ai comunisti italiani, frastornati.
I dirigenti del PCI non capirono il significato di quel testamento che era apertamente socialdemocratico. Non cercarono, Luigi Longo ed Enrico Berlinguer, l’incontro con i socialisti di Pietro Nenni e Giuseppe Saragat ma seguirono geometrie di impossibili “convergenze parallele” enunciate da un altro orfano: Aldo Moro. La classe politica che ereditò la mirabile costruzione di Togliatti e di De Gasperi, di questa nostra Repubblica Democratica fondata sul Lavoro, e quindi sulla tecnologia, non aveva nulla di tecnologico e nulla di scientifico. I ritmi di crescita italiani degli anni 50 e dei primi anni 60, senza eguali nel mondo,  rallentarono bruscamente, dopo la morte di Togliatti fino alla paralisi degli anni 70. Il terrorismo politico delle brigate rosse sostituì le ambizioni di progresso. Le bombe e le pallottole uccisero la curiosità e la voglia di avventura. Nemmeno Bettino Craxi colse il nocciolo del problema che era, in buona sostanza, di cultura industriale.
Chicco Testa, ex presidente Enel
Erano passati quasi vent’anni da quando, bambino, rimasi affascinato da quel manifesto comunista azzurro. Era il 1979 e io, giovane socialista, fui incaricato da Craxi e da Martelli, di fare la Legambiente.  Dovevo farla assieme ai comunisti, utilizzando l’ARCI (Associazione Ricreativa Culturale Italiana) come struttura di supporto. Mi misi al lavoro e stabilii i paletti. Prima di tutto si doveva garantire la compatibilità fra lo sviluppo industriale la tutela dell’ambiente. Poi occorreva individuare gli elementi di grande impatto ambientale, che inevitabilmente si traducevano in diseconomie,  e proporre la loro correzione. La mia teoria era che la tutela dell’ambiente corrispondeva sempre ad un uso razionale delle risorse quindi, in definitiva, sarebbe convenuto a tutti razionalizzare il sistema: era un problema di intelligenza. Infine, nel caso i nostri interlocutori fossero stati sordi, allora bisognava ricorrere a forme di lotta in accordo coi sindacati e le altre organizzazioni.  Ma non ci fu niente da fare. I primi due passaggi venivano sempre ignorati e la fase tre era obbligatoria perché, altrimenti,  secondo i comunisti non si creava il movimento. Infine c’era un obiettivo sempre buono: quello antinucleare. Dopo qualche tempo arrivò Chicco Testa, giovanissimo, fondamentalista , strenuo difensore della “natura selvaggia” e poco attento alla “natura umana”. Io rinunciai perché per le mie convinzioni non c’era spazio. Provò Maurizio Sacconi, anche lui molto giovane, a mettere un po’ d’ordine nel neonato movimento ecologico italiano, ma non mi risulta abbia ottenuto risultati apprezzabili. Chicco Testa invece fece carriera. Prima deputato del PCI, poi presidente dell’Enel, col compito di smantellare l’industria nucleare italiana. Dopo molti anni, a frittata fatta, Chicco Testa si è ricreduto e ha denunciato pubblicamente il non senso antinucleare italiano. Ma, a quel punto,  è terminata la sua carriera politica e si è ritirato a vita privata.
L'elezione di Angelino Alfano Segretario del PDL
Ieri ho ascoltato il bellissimo intervento di Angelino Alfano al consiglio nazionale del PDL. Mi sono riconosciuto nelle sue parole fin dal suo esordio, quando ha raccontato l’incontro del 1994 con Forza Italia e con un imprenditore sceso in campo col sole in tasca e tanta voglia di cambiare il Paese. Era un imprenditore, non un politico, perché di un imprenditore c’era bisogno. Bisognava riscoprire la cultura industriale degli anni 50, quella voglia di volare e di sfide apparentemente impossibili che unì, negli intenti, i padri fondatori della Repubblica. Purtroppo quegli intenti furono travolti dai pregiudizi dilaganti dei decenni successivi con divaricazioni che sfociarono anche nel terrorismo. Poi la fase grigia di quando sembrava tutto fosse perduto e infine il colpo di mano per imporre l’egemonia degli sconfitti dalla storia. Sono passati diciassette anni da allora e, un mese fa, è successa una cosa salutare. C’è stata una batosta elettorale a metà mandato. Una batosta a cui si è reagito come negli Stati Uniti, per la prima volta nella storia repubblicana. Nel PDL, lasciate da parte le polemiche, si sono ipotizzate le primarie, quelle vere, non quelle addomesticate. E l’imprenditore col sole in tasca ha proposto una nuova guida, dopo aver costruito, pazientemente e con orgoglio, le condizioni perché fosse accettata in modo unanime. Questo è avvenuto dopo l’ultimo atto di arroganza e di disinformazione che, con i referendum, ha fatto prevalere l’ulteriore affossamento delle nostre prospettive di crescita e di sviluppo. Una bella reazione, degna dell’alba della repubblica. Anzi, di più, perché ora è stato garantito il ricambio, cosa mai avvenuta prima. Ma garantire il ricambio non è una prudenza da politici. E' da imprenditori lungimiranti, quelli con la cultura industriale. 110702 DanieleLeoni

sabato 25 giugno 2011

Avventure di fine millennio: Cosa c’entrano gli scavi di Pompei coi rifiuti?

Pompei. Villa dei Misteri e l'iniziazione ai Misteri Dionisiaci.
Anch’io ho avuto una piccola esperienza di che cosa sia Napoli e di come ragionano i napoletani. Poco più
di dieci anni fa, ebbi l’avventura di occuparmi della informatizzazione dei biglietti, del controllo accessi e dell’organizzazione delle visite guidate all’area archeologica di Pompei. Il sovrintendente era il professor  Pietro Giovanni Guzzo, un’autorità nel settore, un uomo di specchiata onestà. Era stato appena incaricato dal Ministro del duro compito di mettere ordine in quel guazzabuglio dell’archeologia napoletana, di Pompei in particolare. Mi accolse a braccia aperte, il Professor Guzzo, pieno di speranza. Mi raccontò del disastro nel quale doveva operare e che non aveva nemmeno idea di quanti fossero i suoi dipendenti, delle mansioni a loro assegnate. All’ingresso dell’area archeologica di Pompei facevano bella mostra due moderne cabine in vetro e acciaio, con due tornelli, di quelli per regolare l’accesso del pubblico. Le cabine erano vuote e i tornelli giravano liberi, senza alcun meccanismo di gestione. Chiesi spiegazione. Mi risposero che avevano acquistato e installato l’hardware, ma dovevamo ancora provvedere al software di controllo. Assieme a me c’erano anche due dirigenti napoletani di Telecom perché, quell'offerta, la facevo in associazione di impresa con Telecom Italia. La prima cosa che provai a verificare furono le canalizzazioni per  i cavi della trasmissione dati all’interno dell’area archeologica, che dovevano esistere poiché era un lavoro che risultava già fatto e pagato. Ma la risposta fu molto evasiva e lo sguardo dei miei accompagnatori era eloquente. Poi controllai la stanza dove erano stati installati i calcolatori.  Ci guidava una signora che doveva essere una grande esperta nell’arte dell’intorto. La buona donna disse che li dentro c’era il loro “cervellone”. Era una bella stanza, con aria condizionata. C’era un tavolo su cui campeggiavano due personal computer IBM, un quadro elettrico e un piccolo “monolite” grigio con ruote, appoggiato al pavimento. Un cavo elettrico collegava il “monolite” al quadro e una ventola ronzava. Accesi uno dei personal computer. C'era il sistema operativo Ms Dos, 640 kilobyte di Ram, disco da pochi megabyte. E basta. Mi avvicinai per esaminare il “monolite”. Nessun cavo di collegamento. Solo il cavo di alimentazione. Nessuna porta per i dati. Guardai le persone Telecom che mi accompagnavano: il loro sguardo confermava il mio sospetto: era un cabinet vuoto con ventola!
Pompei. Il piccolo lupanare. Affresco.
Tornammo, mogi mogi, dal sovrintendete. Spiegai al professor Guzzo che erano stati truffati  e che il loro sistema di controllo accessi non esisteva. Era il classico pacco napoletano. Nessun software poteva essere installato in quell’accozzaglia di carabattole: conveniva esaminare una soluzione, ex novo, con costi molto maggiori di quanto inizialmente ipotizzato. Un caloroso saluto, la promessa reciproca di rivederci presto. Una sensazione di impotenza aleggiava nell’ambiente strano di Villa dei Misteri, come se lo stile napoletano fosse più distruttivo dell’eruzione del Vesuvio che l‘aveva sepolta per quasi due millenni. Nella riunione con Telecom, un’ora dopo, prevalse la decisione di rinunciare perché era impossibile regolarizzare una gestione, basata sul malaffare, che però era la principale fonte di reddito dei 25 mila abitanti del Comune di Pompei. Io non ero tanto convinto, anche perché volevo dare una mano a quel galantuomo del professor Guzzo, ma i miei soci furono irremovibili. Avrei potuto proseguire con l’offerta anche da solo ma, sinceramente, non mi azzardai a sfidare la camorra senza un partner di rilievo, operante  nel napoletano, partner che non riuscii a trovare.
Bologna, Granarolo, Quarto Inferiore - Termovalorizzatore del Frullo
 Ripenso ogni tanto a quella vicenda e la collego alla storia infinita dei rifiuti che invadono le strade. Mi chiedo, a distanza di undici anni da allora, se sia cambiato qualche cosa. Ma sono sicuro che non è cambiato nulla. Anzi, la situazione è addirittura peggiorata. Ho il sospetto che l’avversione dei napoletani nei confronti dei termo-valorizzatori abbia una motivazione sottile. Più sottile della preoccupazione per le polveri sottili e la presunta loro minaccia alla salute. Il fatto è che, bruciando i rifiuti in un ambiente protetto come un termo-valorizzatore, dall’analisi dei fumi, che obbligatoriamente debbono essere monitorati 24 ore su 24, si scopre subito se si sta bruciando qualche cosa di tossico. Mentre, se si finge di fare la raccolta differenziata senza incenerire niente, il grosso dei rifiuti va a finire in discarica dove si possono nascondere tutti i veleni, debitamente confezionati per non essere scoperti, se non dopo decenni. Così i trafficanti di rifiuti velenosi possono continuare tranquillamente a fare la loro attività assassina e seppellire, nel napoletano, il loro carico di morte. Costruire velocemente i termo-valorizzatori in Campania sarebbe come mettere un sistema di controllo accessi efficiente nella zona archeologica di Pompei, che farebbe emergere immediatamente l’incasso, creerebbe le condizioni di maggiore efficienza e maggior risultato economico, con soddisfazione del pubblico. Ma, in quel caso, sarebbe impossibile, per i pochi boss della camorra, continuare indisturbati con i profitti in nero e con il foraggiamento di eserciti di affiliati.
La raccolta differenziata dei rifiuti presuppone un ciclo dove la parte riciclabile va riciclata e la parte non riciclabile va incenerita a temperature sufficientemente alte da non produrre diossine. Se si mandano all’inceneritore rifluiti industriali altamente tossici o radioattivi, scattano immediatamente i sistemi di allarme. Quei rifiuti speciali dovranno essere smaltiti in impianti speciali. Ma ci saranno solo quelli, a parte le ceneri inerti della combustione. Le ceneri inerti potranno essere utilizzate, a loro volta, in edilizia o nella pavimentazione stradale. Se la raccolta differenziata funziona solo in parte, gli impianti di separazione meccanica potranno dividere ciò che resta fra la parte inceneribile, gli inerti, i metalli e i veleni. Solo i veleni andranno smaltiti, sapendo bene che di veleni si tratta.
Rogo di immondizie a Napoli.
 In conclusione: chi fa la battaglia contro i termo-valorizzatori ha qualche cosa da nascondere sotto terra. Che, sotto terra, si comporterà come una bomba a tempo, finendo per avvelenare le falde e il suolo.
A Bologna, la città del povero sovrintendente Guzzo, la discarica è da tempo chiusa e un moderno impianto gestisce la parte indifferenziata separata dai veleni, producendo ceneri inerti, calore ed elettricità. Il rifiuto organico va agli impianti di compostaggio, ma guai se qualche pila alcalina o al litio finisce nel compost  che, invece di concimare, farebbe morire le piante. La plastica, il vetro, la carta, i metalli, perfino il tetrapak, separati, vanno agli appositi impianti di riciclo, ma guai se si inseriscono oggetti estranei.  Tutto deve funzionare come un orologio svizzero altrimenti il ciclo si inceppa. E, nell’alto camino del termo-valorizzatore, i fumi, debitamente filtrati con i procedimenti più moderni, sono costantemente analizzati col  risultato visibile, su internet, in tempo reale. Così a Bologna, a Milano, a Brescia e un po’ in tutto il centro-nord.  Ho visto il progetto del nuovo termo-valorizzatore di Torino, integrato con la differenziata ed il riciclo: è un impianto ardito e potrebbe, tranquillamente, occuparsi anche dei rifiuti di Napoli. In Piemonte nessuno si azzarda a parlare separazione e riciclaggio senza incenerimento. In Piemonte tutti sanno, perché lo insegnano a scuola, che la plastica, non riciclata, va incenerita, altrimenti, prima o poi, finisce in mare a soffocare il plancton, ad uccidere i pesci e le balene.
A Napoli no, perché loro se ne fregano del mare, se ne fregano della falda. Loro mangiano babà e bevono acqua minerale.

venerdì 24 giugno 2011

Il futuro dell'uomo sulla terra e nello spazio - seconda parte

Lidia Bellavia conduttrice.
Ho partecipato, venerdì 24 Giugno, a una diretta radiofonica, condotta da Lidia Bellavia, in onda a RadioMid da Palermo. Il tema era l'uomo, la sua evoluzione sulla terra, il suo rapporto con la terra e con lo spazio cosmico. 
E' un discorso lungo, pieno di implicazioni culturali, sociali ed economiche. Il ragionamento mio e di Lidia è la continuazione di quello della diretta del 17 Giugno.

Questo è il link per ascoltare la mia diretta del 24 Giugno.

Questo è il link per ascoltare la mia diretta del  17 Giugno.

martedì 21 giugno 2011

Il nucleare garantirebbe sovranità energetica

Christian Corda
Intervista al prof. Corda.
Il nucleare serve al mondo. In Italia integrato con le rinnovabili garantirebbe sovranità energetica.
Christian Corda dopo aver ottenuto la laurea in Fisica nel 2001, nel 2003 ottiene la laurea specialistica in Scienze Fisiche e nel 2008 il dottorato di Ricerca in Fisica all’Università di Pisa. Oltre a scrivere articoli di giornale a fine scientifico divulgativo e aver partecipato a innumerevoli conferenze, oggi lavora come Professore Ordinario di Fisica Teorica nello statunitense "Institute for Basic Research", Palm Harbor.
Il 9 luglio ha partecipato alla conferenza 'Energia: le ragioni di una scelta' organizzata presso il polo universitario di Prato dal Blocco Studentesco Università.

Salve Prof. Corda, intanto la ringraziamo per essersi reso nuovamente disponibile.
Durante questo fine settimana gli italiani sono stati chiamati alle urne per votare un referendum che poneva quattro quesiti, tutti molto importanti.
Uno di questi riguardava l' "Abrogazione delle nuove norme che consentono la produzione nel territorio nazionale di energia elettrica nucleare” e, ovviamente, con Lei vogliamo parlare di questo.
Come prima cosa vorrei chiederle come giudica un referendum che chiede un parere scientifico al popolo che, per ovvi motivi, non ha le basi per dare una valutazione oggettiva. Ha una qualche utilità o sarebbe stata più sensata una scelta operata da professori, ingegneri e tecnici?

La risposta non è semplice.
Premesso che quanto deliberato coi referendum dal Popolo Italiano ha il mio più totale rispetto, sarebbe stato, a mio modo di vedere, più corretto informare gli italiani sui motivi per cui si andava a votare.
La colpa più grave del governo è stata quella di non aver fatto una corretta informazione sul nucleare. Viceversa, il fronte anti-nucleare ha fatto una grande disinformazione attraverso guitti, cantanti e gente dello spettacolo, magari bravissimi nel loro mestiere, ma analfabeti totali dal punto di vista scientifico. Diciamo pertanto che il referendum sarebbe potuto essere uno strumento idoneo se ci fosse stata una corretta informazione scientifica e se fosse stato dato risalto al parere di professori, ingegneri e tecnici anziché a quello di guitti, cantanti e gente dello spettacolo.

Il fronte anti-nuclearista ha marciato pesantemente sulla tragedia di Fukushima. Cosa è veramente successo in Giappone?
Quali rischi si corre installando sul territorio centrali elettronucleari? In caso di incidente, quant'è alto il rischio legato alla radioattività?

Fukushima è stata strumentalizzata esattamente come un quarto di secolo fa venne strumentalizzata Chernobyl.
In Giappone il terremoto ha danneggiato una centrale nucleare obsoleta portando all'emissione di radiazioni.
Anche in questo caso la disinformazione l'ha fatta da padrone; nessuno infatti ha messo in risalto che:

a)ci sono stati migliaia di morti per il sisma e nessuna morte per le radiazioni;

b)in Giappone con una centrale nucleare in più ed una idroelettrica in meno sarebbero morte migliaia di persone in meno. Il terremoto ha distrutto una centrale idroelettrica facendo crollare una diga e distruggendo una cittadina di migliaia di persone, ma stranamente nessuno in Italia ha proposto un referendum per abrogare le centrali idroelettriche;

c)si trattava comunque di una centrale obsoleta e vecchia, e quindi con le centrali di ultima generazione non sarebbe sucesso niente di tutto ciò;

d)soprattutto, il Giappone non ha rinunciato al suo piano per il nucleare, anzi, proprio nei giorni scorsi ha dichiarato ufficialmente che l'energia nucleare resta essenziale e continuerà ad essere "uno dei quattro pilastri della nostra politica energetica".

Altro tallone d'Achille evidenziato prepotentemente è stato quello relativo alle scorie radioattive. E' un problema irrisolvibile o esistono soluzioni per lo smaltimento?

La verità è che statisticamente le scorie nucleari rappresentano meno dell' 1% dei rifiuti tossici mondiali (quelli chimici, altrettanto pericolosi ed in qualche caso anche più pericolosi, sono una percentuale molto più alta e non ne parla nessuno...) ed il 97% di questo 1% siamo in grado di riutilizzarlo.
Per ciò che rimane inutilizzato lo stoccaggio geologico garantisce sicurezza totale.
Chi alimenta lo spauracchio nucleare solitamente evita di sviluppare il dibattito su questioni che invece dovrebbero avere maggiore considerazione; mi riferisco alla disponibilità della materia prima, ai costi di costruzione e a quelli di smaltimento delle centrali.
Ci può illustrare la questione?

Il mondo ha disponibilità di uranio per molti secoli a venire.
Inoltre non dobbiamo scordare che, come suggerito da Carlo Rubbia, una materia prima potenzialmente utilizzabile è il torio, disponibile in buone quantità anche in Italia. L'India sta pianificando la produzione di energia nucleare sfruttando proprio dei giacimenti di torio perchè è più vantaggioso sia dal punto di vista della produzione energetica sia perchè le scorie residue rimangono radiattive per un tempo minore rispetto alle scorie di uranio.
Inoltre la grande speranza è giungere in futuro a realizzare la fusione nucleare, che, a differenza della fissione attuale, crea molti meno problemi ed è ben accetta anche da gran parte degli ambientalisti (l'energia solare è energia nucleare da fusione che è prodotta nel cuore della nostra stella).

Per quanto riguarda i costi, il raffronto va fatto con le altri fonti di energia. Negli ultimi anni le materie prime fossili come il petrolio hanno avuto un incremento di costo notevole in tutto il mondo. Più in generale, a differenza delle centrali termoelettriche, per le quali il costo di produzione è strettamente legato al costo del combustibile, le centrali nucleari hanno un costo di produzione che dipende parecchio dai costi di investimento. Ciò è dovuto alle dimensioni degli impianti, ai costi delle tecnologie coinvolte ed al fatto che il periodo di costruzione e più lungo rispetto alle centrali energetiche tradizionali. D'altra parte, anche se questi costi risultano più elevati di quelli associabili agli impianti alimentati con olio, carbone o gas, risultano notevolmente controbilanciati da una minore incidenza del prezzo della materia prima combustibile, che, in generale, proviene da aree geopolitiche più stabili di quelle degli idrocarburi. Sulla bilancia costi-ricavi va inoltre enfatizzato che le centrali nucleari, a differenza delle fonti fossili, ci danno scorte energetiche non di settimane ma di diversi anni.
Ora ci potrebbe evidenziare i motivi per cui secondo lei è necessaria e vantaggiosa questo tipo di energia?

Non è questione solo di vantaggi e di svantaggi: è un dato di fatto che su scala globale il mondo ha bisogno dell'energia nucleare. Le fonti fossili stanno diminuendo, la popolazione mondiale sta aumentando e le rinnovabili statisticamente da sole non bastano.
Dunque non abbiamo alternativa.
Non nego che il nucleare, come tutte le attività umane, abbia dei rischi, ma il gioco vale la candela.
Oltrettutto, secondo l'organizzazione mondiale della sanità i danni alla salute provocati dalle fonti fossili sono almeno 100 volte superiori a quelli provocati dal nucleare.
Un paragone che faccio sempre per spiegare la situazione è quello tra incidente aereo ed un incidente stradale: l'aereo è il mezzo più sicuro del mondo eppure quando avviene un incidente ne parla tutto il mondo.
Gli incidenti stradali hanno una mortalità di gran lunga superiore eppure, proprio per via della loro quotidianità, hanno meno risalto.
Nel paragone il nucleare è l'aereo, le fonti fossili sono le automobili.

Media e giornali affermano che nel mondo si sta abbandonando la pista nucleare, si sente di confermare questa notizia?

No.
Il fatto che il mondo stia dando, giustamente, un più ampio risalto alle rinnovabili non significa che stia abbandonando il nucleare.
Diciamo, citando una mia conoscenza, che il discorso sulle energie rinnovabili al momento va considerato parallelo a quello del nucleare e le due cose non necessariamente devono essere in contrasto tra loro.
Ricordo ancora che nonostante Fukushima il Giappone continua, ovviamente con maggiori cautele, col suo piano energetico sul nucleare. Và anche ricordato che l'Ucraina dopo Chernobyl ha costruito altre 9 centrali nucleari.
Il pessimismo italiano mi pare davvero esagerato.

Da quanto ci sta dicendo, deduco che le energie rinnovabili e l'energia nucleare vanno pensate come une l'integrazione dell'altra, e non come alternative.

Personalmente sono un grande estimatore delle energie rinnovabili, peccato che su scala globale non siano sufficienti per soddisfare il fabbisogno energetico; tra l'altro considero questo il solo vero grande limite di questo tipo di energie a fronte degli innumerevoli vantaggi.
Chi le sostiene come alternativa al nucleare fa, però, disinformazione.
Rinnovabili e nucleare vanno pensate come integrative.

In definitiva, secondo lei, su quale indirizzo dovrebbe essere concepito un piano razionale che garantisca al nostro paese sovranità energetica?

La formula magica si chiama "giusto mix".
Come già detto, sbaglia chi sostiene che le rinnovabili da sole possano garantire sovranità, come sbaglia anche sostiene che il nucleare possa essere la soluzione a tutti i problemi.
Io credo che, nonostante i referendum, il nucleare non debba essere completamente accantonato, in particolare la ricerca deve continuare, anche con la prospettiva di arrivare alla fusione.
Il nucleare serve al mondo, prima o poi anche il popolo italiano, se correttamente informato, cambierà idea.
Ho sentito molta gente che ha votato "si" sostenere che "In teoria non sono contrario al nucleare, solo che non mi fido dei nostri governi, indipendentemente dal colore".
Io invece penso che il nostro paese meriti una maggiore fiducia, questi discorsi sono deleteri per tutto il nostro popolo.

sabato 18 giugno 2011

Il futuro dell'uomo sulla terra e nello spazio - prima parte

Lidia Bellavia conduttrice.
Ho partecipato, venerdì 17 Giugno, a una diretta radiofonica, condotta da Lidia Bellavia, in onda a RadioMid da Palermo. Il tema era l'uomo, la sua evoluzione sulla terra, il suo rapporto con la terra e con lo spazio cosmico. E' un discorso lungo, pieno di implicazioni culturali e sociali ed economiche. Io e Lidia ci siamo ripromessi di continuare questo ragionamento anche nella diretta di Venerdì 24 Giugno.

Questo è il link per ascoltare la mia diretta del  17 Giugno.

martedì 14 giugno 2011

Il tabù del nucleare

Enrico Fermi
Il tabù più diffuso della nostra specie è quello dell’incesto. Ha un radicamento profondo nella tradizione e nella biologia umana. E’ un baluardo contro il decadimento e l’estinzione perché l’unione tra diversi rende improbabile la riproduzione di difetti ereditari mentre fratello e sorella possono generare un figlio menomato. I nostri nonni sapevano poco dei meccanismi genetici della riproduzione sessuata. Non avevano idea di come i gameti dei genitori si fondano nello zigote figlio. Nessuno aveva fatto loro l’esempio  del  colpo di pistola su due bersagli separati  e della estrema improbabilità che i due fori possano coincidere quando i bersagli verranno sovrapposti.  Invece se sparo un colpo di pistola su due bersagli allineati secondo la traiettoria del proiettile, i fori saranno coincidenti. Come fra fratello e sorella, madre e figlio, padre e figlia o nipote. Ma il tabù non ha bisogno di spiegazioni, è istintivo e basta. Così, da millenni, il sesso fra consanguinei è severamente vietato dalle regole morali e il castigo, per chi non ubbidirà alla regola, sarà un bambino deforme.
Fece indubbiamente una grande impressione a tutto il genere umano la bomba di Hiroshima. La città incenerita in un istante, gli abitanti evaporati e le loro ombre impresse nella pietra semifusa. Le malattie dei sopravvissuti trasmesse ai figli come se fossero stati i figli dell’incesto. Il popolo italiano ne fu particolarmente impressionato, forse perché aveva fatto parte dell’asse assieme a Germania e Giappone, forse perché un italiano, il Nobel per la fisica Enrico Fermi, partecipò alla progettazione della bomba. Fu lo stesso Enrico Fermi che domò il mostro atomico mettendogli le briglie con la fissione controllata nel reattore nucleare.  Così la scuola della fisica italiana, dall’Istituto di Via Panisperna a Los Alamos, produsse i suoi frutti lasciando solchi profondi nella storia dell’umanità. Altri italiani, prima di Enrico Fermi, affondarono l’aratro nella storia. Prima di lui, Guglielmo Marconi, con la Radio. E infine con il Radar, che consentì agli inglesi di sconfiggere Hitler!
Più della bomba deve aver fatto impressione, ad inglesi e americani, l’incredibile fucina di cervelli che era operativa nel nostro bel Paese. Questi italiani, musicisti e poeti, architetti e scultori ma anche ingegneri ed esploratori degli spazi sconfinati e della materia più intima, fino all’atomo. Un Paese pericoloso, l’Italia, capace di entusiasmarsi per una testa calda e grossolana come quella di Benito Mussolini, di scivolare in una guerra senza senso, a fianco di un pervertito come Adolf Hitler. Pronto a saltare, come se nulla fosse, nel carro del vincitore dimenticando le colpe gravi come la persecuzione degli ebrei e le leggi razziali! Pronti, come se nulla fosse, ad appendere in piazza, a testa in giù, il duce che avevano adorato, assieme alla sua donna (che orrore, nella patria del diritto, l’assassinio e lo scempio di Claretta, colpevole solo di aver amato il suo uomo …).
Questi italiani incredibili che, finita la guerra, nemmeno il tempo di leccarsi le ferite, fecero partire il missile della ricostruzione e dello sviluppo con chimica, siderurgia, elettronica, industria meccanica e delle armi. Enrico Mattei, disubbidiente, invece di mettere in liquidazione L’Agip come gli era stato ordinato, scavava pozzi di petrolio in giro per il mondo e faceva concorrenza alla sette sorelle. Felice Ippolito aveva costruito la filiera nucleare più avanzata, in grado di battere le multinazionali per competenza e per efficienza. Adriano Olivetti aveva messo all’angolo Big Blue (IBM) e, nella cantieristica, era partita la sfida delle autostrade: otto anni per la Milano-Roma , quattro corsie con gallerie e viadotti del tratto appenninico Bologna-Firenze! Negli anni 60 il mondo gridava Italia! Altro che Cina o Giappone! Quarta potenza industriale, meno di cinquanta milioni di persone, uno sputo di territorio in mezzo al mediterraneo, prevalentemente montuoso e sismico. Nessuna materia prima, tutta materia grigia!
In questo scenario prese forma una crociata anti-italiana. L’Unione Sovietica di Nikita Krusciov non poteva tollerare un mostro simile alla frontiera. A Dallas, nel novembre 1963, tirò le cuoia il presidente John Kennedy, vittima della stessa mano assassina che freddò il nostro Enrico Mattei, un anno prima. E gli stessi dollari, sporchi di sangue e di petrolio, assieme a parecchi rubli, finanziavano la persecuzione di Felice Ipplito, comunista, Presidente del CNEN. Finanziavano, i dollari e i rubli, l’azzeramento della fiorente industria nucleare italiana. Al Governo terminava l’era Fanfani e iniziava l’era Moro.
1964. il Presidente Segni inaugura l'Autostrada del Sole
Sono fermamente convinto che, in quegli anni, venne scientificamente progettato il tabù antinucleare, esattamente come un virus, capace di contagiare. Ci volle tempo, perché attecchisse, e parecchia disinformazione. Fu complice il declino, il successivo crollo dei regimi comunisti e la morte prematura di un grande leader: Palmiro Togliatti. I comunisti italiani, onesti e culturalmente progressisti, persero il loro capo e la loro autostima. Dopo Togliatti, a sinistra, si fece spazio il vuoto che, come ogni vuoto, tende ad essere riempito. E  fu riempito con l’opportunismo, la malafede e un sentimento anti-italiano.
Così, lentamente, quella sinistra che si era battuta per il progresso, con i lavoratori, contro gli sfruttatori e i parassiti, divenne lo scudo dei parassiti e dei fannulloni contro il progresso, contro l’innovazione. Il costruendo tabù antinucleare generò un fall-out anti-industriale, falsamente umanitario, perché foriero solo di miseria per la parte più debole della società. I ricchi, come dicevano i camorristi, se ne fottono se la falda viene inquinata: loro bevono acqua minerale!
Il leader politico Niky Vendola
Anni dopo, provò Bettino Craxi a raddrizzare il timone. Anche lui venne travolto.
Anche Berlusconi ci ha provato. Sta per essere travolto.
A scanso di equivoci, confermo la mia ammirazione per Palmiro Togliatti, che considero un grande padre della Patria!
Ma torniamo al tabù. Nel nono secolo dopo Cristo, i vichinghi colonizzarono la Groenlandia. Dopo poche centinaia di anni perirono e non ne rimase traccia, tranne i ruderi di una cattedrale. Jared Diamond , nel suo bellissimo saggio Collapse, racconta che fra i rifiuti della colonia vichinga non vennero trovate ossa di pesce. Era una cosa stranissima per un popolo che, tradizionalmente, si nutriva di pesce come alimento principale. E le coste groenlandesi erano eccezionalmente pescose!  Poi si capì che i vichinghi di Groenlandia avevano il tabù del pesce. 110614DanieleLeoni

venerdì 10 giugno 2011

Non andiamo a votare perchè i quesiti del referendum sono una truffa agli italiani!

Lidia Bellavia Conduttrice
Ho partecipato, venerdì 3 Giugno e Venerdì  10 Giugno, a due dirette radiofoniche, condotte da Lidia Bellavia, in onda a RadioMid da Palermo.
Nella puntata di Venerdì 3 Giugno I temi erano il premio Nobel per la pace all'isola e alla cittadinanza di Lampedusa e il tema dell'energia nucleare in Italia.
Nella puntata di Venerdì 10 Giugno  abbiamo parlato di cultura industriale in Italia. Abbiamo affrontato il tema del ponte sullo stretto di Messina e siamo tornati sull’energia nucleare, a ridosso del referendum. Il mio consiglio è stato di non andare a votare perché il referendum, per i quesiti e l’impostazione,  è una truffa ai cittadini italiani.

sabato 4 giugno 2011

Diretta Radiofonica a RadioMid di Palermo

Lidia Bellavia
Ho partecipato, venerdì 3 Giugno, a una diretta radiofonica, condotta da Lidia Bellavia, in onda da RadioMid di Palermo. I temi erano il premio Nobel per la pace all'isola e alla cittadinanza di Lampedusa e il tema dell'energia nucleare in italia.

Questo è il link per ascoltare il mio intervento. 



venerdì 20 maggio 2011

Avventure di fine millennio (03)

Segue da "Avventure di fine millennio (02)"
Un usciere accolse me e Daniela nell’atrio della sovrintendenza. Lo spirito di Toscanini era diventato palpabile. Arturo Toscanini, un grande interprete ma soprattutto un grande organizzatore della musica. Talmente grande da offuscare l’immagine degli autori, se facevano le bizze. Era capace però di esaltare la composizione musicale perché diventasse un tutt’uno con l’orchestra ed esprimesse appieno la sua potenza e la sua armonia. Fu il primo a mettere sullo stesso piano l’orchestra, i cantanti, il coro, le scene, le luci … Anche la biglietteria – pensavo – fa parte dello spettacolo! Consente al teatro di approvvigionarsi di risorse ed è il punto di contatto col pubblico pagante. Io ero determinato a portare la biglietteria allo stesso livello del palcoscenico, perché gli spettatori sono il cuore pulsante del teatro.
Una postazione della biglietteria Leoni  (novembre 1990)
Carlo Maria Badini, il sovrintendente della Scala, non lo conoscevo personalmente. Avevo letto la sua storia, sapevo che era un politico, che era un amministratore socialista, ex sindacalista, antifascista come Toscanini. E come me. Che, via via, si era dedicato alla musica e al teatro fino a diventare sovrintendente del Comunale di Bologna. Riuscì ad amministrare quel gioiellino, il Comunale, con grande acume e parsimonia e a farlo diventare, in tredici anni, uno dei grandi teatri italiani. Poi fu la volta della Scala, anche qui da tredici anni, dove si è sempre distinto per la buona amministrazione. Anch’io, quando ero ventenne, feci il sindacalista alla CGIL. Fu un’esperienza breve. Capii presto che era riduttivo limitarsi a difendere gli operai ma bisognava creare il lavoro e la ricchezza, e lo potevo fare come imprenditore nel comparto tecnologico, che era sempre stata la mia passione. Chissà quali furono i passaggi che portarono Badini dalla CGIL alla musica, fino ad arrivare al vertice della Scala?
Si aprì la porta dell’ufficio del sovrintendete che mi venne incontro, mi strinse la mano, come se fossimo stati vecchi amici. Salutò Daniela e mi presentò alle due persone che erano con lui. Federico Rispoli, il segretario generale e Francesco Caggiani, il direttore amministrativo.
- Sappiamo della stupenda invenzione che lei ha fatto al Comunale di Bologna – mi disse con un grande sorriso, riferendosi alla mia biglietteria elettronica.
- Noi invece abbiamo parecchi problemi perché, chi ha messo in piedi il nostro sistema, non è stato bravo come lei! Le vorremmo chiedere una consulenza per aggiustare le cose. Lei se la sente di darci una mano?
Con il senno del poi, avrei fatto bene ad accettare. Avrei dovuto mettere mano al tentativo, non riuscito della Computer Sharing. Almeno provare a trovare un accordo con loro, con la più prestigiosa società di informatica di Milano. Provare a dettare le condizioni, forte dall’appoggio della Scala.
Ma non ci pensai nemmeno un attimo. Avevo aspettato tanto quel momento e la soddisfazione di installare la mia “invenzione” – come la chiamava Badini – al Teatro alla Scala sarebbe stata troppo grande.
Mi scusai e feci presente che il software di Bologna era il risultato di anni di lavoro. Che era un sistema originale complesso e armonioso come un’opera lirica. Avrebbero potuto i musicisti o i direttori d’orchestra della Scala rappezzare le stecche di un compositore maldestro?
- Lo immaginavo – rispose il sovrintendente. Guardò in faccia suoi due collaboratori e disse che, a quel punto, non restava che rescindere il contratto col precedente fornitore e ricominciare da capo, dandomi carta bianca. Si mise a discutere con loro di come liberare velocemente il foyer della Piccola Scala, da tempo in disuso, per destinarlo alla nuova sede della biglietteria. Quell’ampio locale in Via Filodrammatici, a mezza strada fra la sede di Mediobanca e gli uffici della Sovrintendenza, sarebbe stato il mio cantiere di lavoro. Non mi sarei dovuto limitare ai computer ma avrei ricevuto l’incarico di allestire i nuovi uffici col front-office attrezzato per l’accoglienza del pubblico e per la gestione delle file.   Avrei dovuto curare l’ergonomia dei posti operatore e i servizi di retro-sportello. Avrei dovuto prevedere dei punti informativi automatici sulla disponibilità dei posti. E anche punti di vendita dislocati lontano dal Teatro, in altre città, cominciando dal Donizetti di Bergamo dove mi avevano già chiesto un analogo sistema. E la vendita al pubblico sarebbe dovuta iniziare in ottobre, in tempo per la prima della stagione d’opera del 7 dicembre, il giorno di Sant’Ambrogio. Ovviamente avrei dovuto dare priorità alla vendita di biglietti e abbonamenti ma, se tutto fosse andato bene, avrei proseguito il lavoro per far diventare il sistema Scala, il botteghino più avanzato nel mondo!
Ascoltavo quei discorsi un po’ frastornato. Non potevo credere alle mie orecchie. Mi sembrava un sogno. Mi scossi quando Badini mi apostrofò dicendomi:
- Lei ha capito bene, Leoni, cosa vogliamo fare. Si ricordi che dovrà redigere delle offerte, che poi saranno discusse dal Consiglio d’Amministrazione. Però l’incarico gliel’ho già dato. Cerchi di fare presto e bene. Per quanto riguarda il suo compenso, mi raccomando, ci tratti … con riguardo, non ne approfitti. Adesso lei continui pure la discussione col dottor Caggiani, il nostro direttore amministrativo. –
Gli strinsi la mano e lo rassicurai che avrei fatto l’impossibile. Lui, da vecchio marpione, col sorriso beffardo di chi discute tutti i giorni con le celebrità, sapeva che non avrei sgarrato. Daniela prendeva nota, recitando bene la parte della brava segretaria tecnica. Anche per lei doveva essere una esperienza fuori dall’immaginabile. E’ proprio vero, pensai, che la CGIL è una grande scuola. Mi chiesi se anche lui, quando era un ragazzo, fosse andato, come me, a lezione alla scuola centrale di Ariccia. Dove ti insegnavano a trattare e ad entusiasmare. Ti dicevano che con le compagne di ufficio non dovevi fare l’amore. Infatti diedi proprio retta, perché Valda, che poi sposai, la conobbi in ufficio alla CGIL. Ma avevo la scusa che lei era stagionale e presto sarebbe andata altrove. Daniela invece sarebbe rimasta a lavorare con me per tanto tempo. Era una bella ragazza con qualità eccezionali e io ne avevo proprio bisogno, in azienda, se volevo fare la più bella biglietteria del mondo. Quindi, secondo le regole della CGIL, Daniela era assolutamente off-limits.
Spostai la mia attenzione su Francesco Caggiani, che mi sembrava di aver già incontrato, da qualche parte. Magro, brizzolato, con un mezzo toscano che ogni tanto provava ad accendere e che moriva dopo due tiri. Aveva una parlata cadenzata, come quella di un professore che ci tenga a sottolineare bene quello che dice e a farsi intendere. Poi mi venne in mente dove l’avevo visto. Era, molti anni prima, il ragioniere capo del comune di Ravenna. Non ebbi occasione di incontrarlo di persona, allora che ero poco più che adolescente. Però frequentavo gli ambienti della sinistra ravennate, quando Aristide Canosani era sindaco socialista. Sentivo ogni tanto parlare di Caggiani con timore reverenziale. Era il terrore degli assessori di manica larga, quelli che teorizzavano che l’indebitamento dei comuni era doppiamente benefico. Primo perché si potevano erogare più servizi. Secondo perché si metteva in difficoltà il governo centrale a guida democristiana. A Milano Caggiani aveva aiutato Badini a risanare il bilancio della Scala. Con la biglietteria elettronica anch’io gli avrei potuto dare una buona mano, sul versante delle entrate.
Ci incamminammo assieme verso il suo ufficio, che era distaccato rispetto all’edificio principale del teatro. Fu un incontro di raccomandazioni e di ragguagli informativi. Tanto per rompere gli indugi mi procurarono la pianta dei posti di platea, palchi e gallerie e i prezzi di biglietti e abbonamenti della stagione in corso. Mi diedero anche la mappatura dei posti d’obbligo riservati alle autorità. Parlammo di costi ma erano cifre piuttosto basse rispetto agli standard del periodo, tanto che Caggiani mi avvisò di non commettere l’errore imperdonabile di rivedere, al rialzo, i prezzi un volta formulata l’offerta. C’era l’incognita della struttura fisica della biglietteria. Già a Bologna avevo introdotto la novità del doppio video, quello grafico incassato orizzontalmente nel bancone. Alla Scala, dove le file in biglietteria erano la norma, proposi l’idea di un terzo video, inserito in una colonna,  in modo tale che il pubblico, in fila, potesse farsi un’idea dei posti liberi. Avevamo praticamente tre mesi di tempo per fare tutto. Poi, in settembre, ci sarebbe stato il montaggio e il collaudo fiscale. Ma i rapporti fra Scala e Siae erano ottimi e la Leoni si era ormai meritata la fama di una società molto rigorosa. Il terrore di quattro anni prima quando, a Lugo, impedirono il collaudo perché non volevano la stampa dei biglietti su modulo continuo, era ormai un lontano ricordo. Mi avviai verso casa nel primo pomeriggio, con la discussione che continuò, fa me e Daniela, lungo l’autostrada, in tempo per raccontare a Massimo la cronaca della giornata. Una delle più belle della mia vita.
110520 Daniele Leoni (continua)