lunedì 31 dicembre 2012

Fine dei rumori della Banca Mediolanum

Una immagine dello spot assordante su Ilfoglio.it
Questa mattina lo spot assordante e sguaiato di Banca Mediolanum non c’è più. Al suo posto, in alto a destra nella pagina online de Il Foglio, c’è la consueta pubblicità discreta, assolutamente non invasiva. C’è un consiglio per gli acquisti elegante con un’offerta turistica. Non è solo pubblicità ma è anche informazione. Ecco perché questo tipo di inserzione è utile e a nessuno verrebbe in mente di lavarla via. Ho disattivato subito l’applicazione che avevo caricato per difendermi da quell’obbrobrio che ha imperversato per una settimana su IlFoglio.it. Sarei curioso di sapere che effetto abbia avuto sul flusso dei pagamenti online degli abbonamenti . Probabilmente gli accessi saranno anche aumentati perché la pagina, normalmente attiva tutto il giorno, negli ultimi sette giorni veniva spesso spenta per evitare lo spot invasivo, e poi ricaricata. Almeno questo è quello che facevo io. Ma i pagamenti debbono essere per forza diminuiti. Deve averci rimesso anche Banca Mediolanum e la società di pubblicità autrice della infelice trovata. Perché un giornale online non è il cinema e nemmeno un canale televisivo. Come la carta deve essere silenzioso. "Ma  è multimediale!" protestano i rumoristi. Allora deve parlare solo se interrogato! 121231 Daniele Leoni

Leggi anche:
http://danleoni.blogspot.it/2012/12/quello-spot-rumoroso-su-il-foglio-online.html 

domenica 30 dicembre 2012

Quello spot rumoroso su Il Foglio online.

Il Direttore de Il Foglio Giuliano Ferrara
Una decina di giorni fa ho avuto una sconcertante sorpresa leggendo il mio quotidiano online preferito: IlFoglio.it. Quel riquadro, in alto a destra, destinato, da sempre, a una inserzione pubblicitaria discreta, è diventato improvvisamente rumoroso. Colpa di uno spot della Banca Mediolanum che si anima, con audio fastidioso e invasivo, ad intervalli regolari e al caricamento di ogni nuova pagina. Mi piace Il Foglio di Giuliano Ferrara, a cui sono abbonato nella versione online. Mi piace come scrive e ragiona il gruppo variegato di giornalisti, i “foglianti”, che da vita al quotidiano. Di Giuliano Ferrara apprezzo l’acume, l’equilibrio e l’assenza di settarismo. Più che le opinioni, che possono essere condivise o meno, oppure condivise in parte, è lo stile pacato che affascina, anche quando gli argomenti sono spinosi e contro corrente. Acume ed equilibrio che hanno ispirato anche lo stile e le scelte editoriali online de Ilfoglio.it. La scelta di riservare agli abbonati alcuni articoli, che però diventano disponibili a tutti dopo un certo periodo di tempo, è validissima come è azzeccata la soluzione del testo standard, trasferibile, col copia e incolla, senza particolari problemi. Questo favorisce la cassa di risonanza, ad opera dei lettori, nei social network che diventano un ulteriore strumento di visibilità. Ma torniamo alla pubblicità rumorosa. Ho scritto immediatamente al servizio online. Mi ha risposto il Direttore Michele Buracchio condividendo le mie rimostranze ma mi ha fatto presente che l’advertising su ilfoglio.it è gestito da una società esterna. Ho aspettato alcuni giorni tenendo spenta la finestra incriminata nel browser, un po’ interdetto per via dell’abbonamento. Ho riscritto a Michele Buracchio ma ancora non mi ha risposto, non potendomi accontentare. Sono corso ai ripari caricando un’estensione al mio browser Mozilla Firefox che si chiama AdBlock Plus. E’ un’applicazione molto furba che intercetta le inserzioni pubblicitarie e le elimina. Si aggiorna automaticamente come un antivirus e contiene filtri personalizzabili. L’autore dell’applicazione è Wladimir Palant che la distribuisce gratuitamente. Nel sito c’è la possibilità di fare una donazione. Io ho donato cinque dollari dopo averne verificato il funzionamento. Da quel momento tutta la pubblicità online è magicamente scomparsa, anche quella non fastidiosa. A dir la verità l’applicazione da anche la possibilità di escludere solo quello che da fastidio ma è più facile escludere tutto, col vantaggio che le pagine sono più pulite e si consultano meglio. Sono tornato al sito del prodotto e ho capito che è una cosa seria: 13 milioni di download effettuati e tre milioni di utilizzatori quotidiani. E’ di pubblico dominio con i sorgenti disponibili, si adegua ai nuovi scenari. C’è un blog dedicato allo sviluppo, agli utenti e una gran quantità di documentazione. Tutto lascia presagire una crescita fiorente di questa nuova attività, parallelamente all’editoria online. Ho cominciato a pensare all’evoluzione del mondo della pubblicità in rete. E’ vero quello che mi ha scritto Michele Burracchio: oggi sono società terze che gestiscono le inserzioni . I proprietari dei siti tendono ad affidare a queste società tutto il pacchetto ottenendone un ritorno economico proporzionale al numero di caricamenti delle pagine e al numero di click sull’inserzione per saltare alla pagina del prodotto reclamizzato. Se la pubblicità è invasiva tenderà ad essere eliminata oppure provocherà una disaffezione dell’utente alla pagina che la ospita. Il primo caso danneggia l’inserzionista e il secondo danneggia anche il proprietario del sito. Se invece la pubblicità fosse gestita direttamente dall’editore, nel nostro caso da ilfoglio.it, allora non sarebbe distinguibile dagli articoli e dalle foto di redazione e non potrebbe essere eliminata così facilmente. D’altra parte la gestione diretta garantirebbe il controllo istantaneo delle reazioni del pubblico e consentirebbe di correggere il tiro istantaneamente, se necessario. Mi vengono in mente le discussioni della fine degli anni 90, quando la mia azienda gestiva le vendite online dei biglietti per i teatri. A scanso di equivoci noi scegliemmo di non mettere pubblicità. Però valutammo anche, in accordo col Teatro, di sperimentare inserzioni molto discrete, affini ai gusti del pubblico. Quando lo provammo registrammo immediatamente una brusca riduzione nei flussi di vendita. Non perché infastidisse ma forse perché aumentava la quantità i informazioni, distraendo il cliente, il cui fine era l’acquisto online e il pagamento contestuale. Nel frattempo ricevevo pressioni inaudite e offerte stratosferiche per affidare a società di marketing la gestione della pubblicità nei nostri siti. Se avessi ceduto avrei fatto fallire la mia azienda e quel fatturato di svariati miliardi di lire online me lo sarei sognato. Oggi l’editoria online è a un bivio e credo che la gestione diretta della pubblicità sia indispensabile per garantirne la crescita, perché solo l’editore può avere quella sensibilità e quella reattività in grado di eliminare gli errori. A proposito di errori, leggo nel regolamento dell’offerta WebSystem, che fornisce il servizio advertising a Ilfoglio.it: “L'audio se presente deve essere off di default ed attivabile dall'utente …” Lo spot di Banca Mediolanum ha l’audio on, si può disattivare, ma dopo cinque minuti riparte con l’audio a tutto volume. 121230 Daniele Leoni

Oggi, 31 Dicembre, sette giorni dopo il mio primo messaggio, lo spot rumoroso è stato tolto! Ringrazio di cuore i miei amici foglianti e auguro a tutti un felice 2013!

giovedì 20 dicembre 2012

La globalizzazione è bella!

Scorcio di Expo 2015, con muro interattivo touch screen.
Quello che si diceva negli anni 90, a proposito di televisione con l’avvento di Internet, oggi si è realizzato. Il computer, il telefono e il televisore si sono unificati per dar vita ad un nuovo supermedia. Un supermedia che ha generato una miriade di oggetti dedicati allo spettacolo, alla musica e all’informazione. Fanno capolino occhiali speciali, con auricolari, per percepire una realtà arricchita dalle informazioni presenti in rete, utili per visitare musei o siti monumentali. Il vetro anteriore delle automobili o la visiera del casco dei motociclisti, ciclisti, escursionisti si animeranno presto con immagini e segnalazioni utili. I teatri avranno scene virtuali non distinguibili da quelle tradizionali ma replicabili, in qualsiasi palcoscenico, istantaneamente e senza costi. Fa capolino la carta elettronica lasciando presagire l’agenda-quaderno del futuro con fogli di grafene, ognuno con le capacità di un monitor touch-screen, dove poter leggere, materializzare pagine con foto, filmati . Dove poter scrivere, trasferire foto e filmati catturati direttamente dai nostri occhiali magici. O, perché no, da lenti a contatto con analoghe caratteristiche. Visitare un museo, andare in biblioteca, semplicemente per strada o al cinema con i nostri occhiali magici e digitalizzare tutto quello che leggiamo, ascoltiamo, osserviamo, mettendo dentro anche del nostro: i commenti, le sensazioni, i pensieri. Poi, dopo, con calma, provare a fare un editing sintetico e organico di quanto abbiamo osservato. Oppure lasciare il materiale grezzo a futura possibile memoria. Il numero di unità di informazione che saremo capaci di memorizzare diventerà analogo alla somma del numero dei geni del DNA dei virus, batteri, cellule del nostro mondo biologico ovvero al numero di corpi celesti della nostra galassia ovvero a numero di stelle nell’universo. Ma c’è molto molto di più! Per ogni bit memorizzato è possibile integrare transistor, unità logiche di circuiti. Così dall’immagine fatta di megapixel, venticinque volte al secondo per animarsi, le applicazioni estrarranno contorni e scenari, inclusi i simboli della notazione convenzionale, sia essa alfabetica, matematica, musicale o altro. Dall’alfabeto il linguaggio, il racconto e il poema; dai numeri il teorema, l’applicazione e l’astrazione; dalle note la musica capace di comunicare i sentimenti. L’applicazione! Ecco la parola magica della tecnologia contemporanea. “Apps”, che sta per “applications package” è l’abbreviazione, inventata da Apple, per indicare le procedure che girano negli iPhone e nei tablet dell’ultima generazione. Sono scritte in linguaggio PHP, oppure Java Script, versioni evolute dei linguaggio C e HTML. IL sistema operativo è uno UNIX evoluto che prede il nome di OSX, IOS oppure Android. Negli anni 90 si pensava ad una unificazione dei linguaggi di programmazione e dei sistemi operativi. Non è stato così perché hanno prevalso le barriere di difesa delle varie multinazionali tecnologiche, ognuna gelosa delle proprie squadre di tecnici fidelizzati che conoscono tutti i trucchi per sviluppare il software nel linguaggio proprietario. Nel mondo della lingua scritta e parlata invece l’inglese è diventato il comune denominatore che consente all’umanità di capirsi. Un fenomeno affascinante quello della lingua e delle lingue, con meccanismi di compensazione impensabili e affascinanti. Qualcuno potrebbe dire che l’Inghilterra e gli Stati Uniti siano avvantaggiati nella globalizzazione attorno alla lingua inglese. Invece è vero il contrario perché i cinesi oppure gli spagnoli sono costretti ad essere bilingui: devono conoscere la propria madre lingua e l’inglese. Il bilinguismo stimola aree del cervello che altrimenti rimarrebbero inattive con enormi vantaggi per l’intelligenza creativa. Più le lingue sono diverse, per esempio il cinese, il giapponese e l’inglese, più la ginnastica mentale è efficace così che i popoli lontani dall’occidente hanno la possibilità di diventare atleti della mente. E’ come se madre natura mettesse continuamente in atto meccanismi di compensazione per i più sfortunati. Un’esperienza diretta, quando avevo la mia società di informatica, mi aprì gli occhi su questo fenomeno. Entrai in contatto con un ragazzo poliglotta, poco più che ventenne, di origine mediorientale. Sapeva parlare e scrivere in una quantità di lingue (arabo, spagnolo, tedesco, inglese, italiano) e conosceva bene i linguaggi di programmazione. Mi raccontò della sua adolescenza in un Paese in guerra, dove le attività più remunerative erano il traffico d’armi e di droga. Mi raccontò della sua cattura in occidente con una partita di cocaina e che scontò, in occidente, alcuni anni di carcere. Mi disse che in carcere ebbe l’opportunità di studiare, di appassionarsi all’informatica e di perfezionare le tante lingue imparate durante i suoi traffici. Mi disse che essere arrestato fu il più grande colpo di fortuna della sua vita: fuori sarebbe stato ucciso o ridotto in schiavitù. Scontata la pena, partecipò ad un test di informatica presso una grande banca. A seguito dell’eccezionale risultato del test, fu ingaggiato a contratto. Dopo pochi mesi la direzione della banca fece alcune indagini perché voleva assumerlo come dipendente e scoprì i suoi trascorsi penali che ne rendevano impossibile l’inserimento in organico. Fu allora che un dirigente della banca mi propose di assumerlo nella mia società garantendomi, in contropartita, una buona commessa purché lo mettessi a disposizione delle attività concordate. Ogni tanto mi ritorna in mente quel ragazzo così brillante, quegli incassi dall’estero, perché la banca committente non era italiana e quello stipendio versato in un conto libanese, per un lavoro più che onesto, con un giro che avrebbe potuto insospettire la guardia di finanza. Eppure non mi tirai indietro: feci la cosa giusta guadagnando un po’ di soldi e tanta, tanta esperienza.
Robot al montaggio alla Tesla Motors, la fabbrica di Elon Musk
Oggi internet, televisione, telefono e computer sono unificati e hanno unificato il mondo. Non è più necessario essere presenti in fabbrica per controllare i processi produttivi. Le fabbriche robotizzate si preparano a costruire macchine che replicano loro stesse, dove la microelettronica si ottiene manipolando la struttura molecolare dei materiali. Che senso ha, alla luce di questi scenari, pensare a de localizzare per risparmiare sui costi della manodopera? Non potrebbe invece diventare conveniente il contrario, cioè trasferire le unità produttive più sofisticate e strategiche in paesi ricchi di infrastrutture e con un tessuto sociale stabile e sicuro? La mia società d’informatica, oltre vent’anni fa, inventò la teleassistenza software per le biglietterie elettroniche dei grandi teatri in modo da gestire i sistemi e fare la manutenzione a Milano, Roma, Firenze, Genova, Trieste, Torino, Cagliari, Catania da Sant’Agata sul Santerno, senza spostare fisicamente i tecnici. Fui il primo a farlo, almeno in Italia.
La biglietteria tele-assistita di Daniele Leoni al Teatro alla Scala nel 1991
Le banche che erano all’avanguardia con i computer, avevano scelto la strada contraria, cioè quella dei grandi centri di calcolo con una periferia di terminali stupidi nelle sedi, connessi ai centri con linee dati dedicate. I centri erano fisicamente presidiati 24 ore su 24. I teatri non avrebbero mai accettato una simile architettura perché erano in competizione fra di loro e pretendevano il possesso fisico della base dei dati. Poi le linee dedicate erano troppo costose per i teatri. Allora feci di necessità virtù, accettai la sfida e ne uscii vittorioso. Oggi, dopo vent’anni, sarebbero possibili unità produttive con gli impianti e le linee di montaggio in Italia, la direzione e lo staff tecnico in Cina, la ricerca e sviluppo in India. Oppure tutte le mansioni distribuite attorno al mondo con al centro, assieme agli impianti di produzione, la sola manutenzione delle macchine e il magazzino. Che senso ha, alla luce di questi scenari, avere paura degli immigrati e non rendersi conto che essi sarebbero una ricchezza inestimabile se noi li sapessimo integrare con la nostra struttura socio-economica. Perché madre natura, assieme a tante miserie, ha regalato loro una formidabile ginnastica mentale! Che senso hanno i localismi, i micro – federalismi, in un mondo sempre più globalizzato, che ha bisogno di produrre per consentire una vita decorosa a sette miliardi di persone? Il fisico Ezio Bussoletti, amico di gioventù oggi ritrovato grazie ai social network, scriveva in un recente articolo. “Quello che vorrei è poter ritornare all’Italia dei Fermi, dei Natta, di Adriano Olivetti per fare qualche esempio positivo: un paese rispettato e ammirato nel mondo per quello che sapeva fare e produrre. Ci siamo riusciti nel passato; possiamo farcela di nuovo oggi.” Al suo elenco aggiungerei due nomi: Palmiro Togliatti ed Enrico Mattei. Un socialdemocratico camuffato da comunista che, dai banchi dell’opposizione, non remò contro ma aiutò la ricostruzione e il boom economico italiano e un grande imprenditore pubblico, testardo e spregiudicato, che ebbe il coraggio di sfidare la mediocrità con risultati impensabili. 121220 Daniele Leoni

venerdì 30 novembre 2012

La forza del vento italiano. Adesso!

Matteo Renzi e Pierluigi Bersani
Una settimana interessante per la vita pubblica italiana. Una partecipazione di oltre tre milioni di elettori alle primarie democratiche, che è stata una competizione tutt’altro che rituale, tutt’altro che sovietica. Matteo Renzi ha sciacquato i panni del PD in Arno, eliminando l’ultimo residuo di centralismo democratico. Ha regalato al suo partito il certificato di Socialista Liberale. Ha fatto, Matteo Renzi, quello che non riuscì a fare Bettino Craxi, oltre trent’anni fa, nel Partito Socialista e quello che Palmiro Togliatti andava maturando, a Jalta nel 1964, prima di essere stroncato da un infarto. Togliatti e Craxi, un binomio che può apparire una bestemmia eppure così vero! In questo Novembre 2012 è giunto il tempo di sbarazzarsi dei luoghi comuni funzionali alle alchimie di chi ha voluto, a partire dagli anni 70, condannare l’Italia al declino. Allora si parlava di “equilibri più avanzati” di “convergenze parallele”. Allora prese corpo la complicità fra Enrico Berlinguer e Aldo Moro, che tutto volevano tranne un Paese saldamente legato all’occidente. Una complicità, credo inconsapevole, coi poteri forti del petrolio, che avevano manifestato, un decennio prima, la loro violenza con l’assassinio del Presidente John Kennedy e del nostro Enrico Mattei . Che poi lasciò un’eredità malefica dando spazio all’insipienza di chi pretese di appoggiare la nascita dell’Euro alla deindustrializzazione dell’Italia, secondo i voleri di Francia e Germania. Di chi, con mani pulite, fingendo di combattere la corruzione, demoliva sistematicamente quanto rimaneva del gioiello industriale creato da De Gasperi e Togliatti, poi sostenuto da Craxi. Quel gioiello industriale che avanzava, nel mondo degli anni 60, a ritmi cinesi e che fece diventare, il Bel Paese, la quarta potenza economica alla fine degli anni 80. Silvio Berlusconi, nel 94, scese in campo con l’intenzione di arginare il patto sciagurato per il declino dell’Italia. La storia giudicherà se c’è riuscito. Eppure la reattività italiana alla grande crisi economica e all’Euro traballante è stata decisiva. Il favore di Pierluigi Bersani verso il bipolarismo e la sua preoccupazione per il dissolvimento del centro-destra nella serata con Vespa a Porta a porta, la sua decisa predilezione per lo sviluppo industriale mi hanno ricordato la vecchia casa socialista e liberale, quella dell’equilibrio fra meriti e bisogni, quella di una politica nobile dove la competizione non è una guerra ma una gara. Ora Berlusconi deve passare la mano perché il suo ciclo è definitivamente chiuso, per logoramento fisiologico e per età. Credevo l’avesse capito quando decise di lasciare l guida del PdL ad Angelino Alfano. Anche se tentenna e non è convinto poco importa. Dobbiamo salvare la nostra industria, cominciando da Taranto, curando il male senza uccidere il paziente. Dobbiamo coltivare il vivaio delle nuove tecnologie digitali, della robotica, delle reti complesse, dell’intelligenza artificiale valorizzando il tanto che abbiamo. Dobbiamo valorizzare la cultura, quella scientifica, senza mai dimenticare che il futuro ha un cuore antico. E chi, se non gli italiani, possono farlo? C’è il vento di Matteo Renzi a gonfiare le vele per un nuovo balzo. E’ un vento analogo a quello del 94 che si chiamava Forza Italia. Ora soffia dentro il Partito Democratico e provocherà una salutare evoluzione della sinistra e della politica tutta, in senso europeista e occidentale ma con gli italiani determinati a ritornare protagonisti. 121130 Daniele Leoni

sabato 24 novembre 2012

Domani voterò per Matteo Renzi. Fatelo anche voi!

Per Matteo Renzi Premier
Cari amici,
domani andrò a votare alle primarie del PD. Ho fatto tutte le procedure di iscrizione e ho già il certificato elettorale. Vi confesso che l’appello agli elettori che ho sottoscritto per poter votare mi sta un po’ stretto ma, mettiamola così, in quell’appello non c’è niente che non possa essere condiviso. Fa difetto però il linguaggio, è patologicamente generico, non c’è nessuna idea nuova. Però, siccome doveva essere approvato da tutti i candidati, se fosse stato più preciso o ce ci fosse stata qualche trovata d’ingegno, non avrebbe avuto il consenso di tutti.
Voterò per Matteo Renzi non perché ne condivida tutte le idee. Anzi, molte delle sue dichiarazioni programmatiche sono lontane anni luce dalla mia visione del futuro. Ma non c’è nessuno, almeno in Italia, che sia consapevole delle dinamiche socio-economiche in grado di generare la prosperità e la felicità nel futuro prossimo, con un occhio al futuro lontano. Non voglio entrare nel merito di questi argomenti e rimando, chi fosse interessato, a leggerli nel mio blog.
C’è un unico argomento sufficiente a motivare la mia convinta preferenza per il Sindaco di Firenze: la sua scelta per un sistema analogo a quello degli Stati Uniti d’America con tutto quello che ne consegue. Quindi la drastica riduzione del numero degli eletti in Parlamento e in tutte le assemblee elettive. Quindi l’abolizione delle provincie e degli enti inutili. Quindi il rafforzamento dell’Esecutivo, con poteri estesi per il Premier, con una determinazione categorica della durata del mandato che possa essere confermato una sola volta, senza deroghe. Quindi un assetto del decentramento (Regioni e Comuni) senza sovrapposizione di competenze, con uno Stato centrale che abbia competenza esclusiva sulle materie di carattere strategico nazionale, eliminando la possibilità di veto degli enti decentrati. Quindi il riordino dei poteri dello Stato (legislativo, esecutivo e giudiziario) per eliminare le inefficienze, i conflitti e le caste.
Essendo questo è l’argomento principe, allora si capisce il perché della rottamazione degli esponenti politici che pretendono che la politica sia un mestiere destinato a durare tutta la vita. L’attività politica è solo una fase nella vita del cittadino. L’attività politica deve avere carattere elettivo perché il nostro è un regime di democrazia rappresentativa. Siccome l’esercizio del potere politico tende a generare abitudine e a consolidare privilegi, occorre una sua interruzione per legge e l’obbligo, per il politico, di tornare alla sua attività privata. L’attività politica è entusiasmante però logora: allora occorrono meccanismi di ricambio continuo perché la politica venga continuamente alimentata da forze nuove.
Matteo Renzi è l’unico a sostenere con convinzione, chiarezza ed energia questo argomento che, a mio parere, viene prima di tutti gli altri. E’ l’unico nel Partito Democratico ed è l’unico, almeno per ora, fra le forze politiche rappresentate in Parlamento e fra quelle emergenti.
E’ l’unico per ora. Ma sono assolutamente convinto che, qualora vincesse le primarie, queste idee finirebbero per contagiare tutti gli schieramenti. Queste idee diventerebbero il fondamento di una profonda riforma dello Stato condivisa, evitandone il declino.
Queste idee genereranno nuova lena e una classe di politici in grado di aggregare la società civile su obiettivi di progresso economico e culturale. E di felicità.
Un sorriso.
121124 Daniele Leoni
www.leoni.net

giovedì 22 novembre 2012

Un bivacco di manipoli ...

Roberto Calderoli e Antonio Di Pietro. (Mauro Scrobogna / LaPresse)
Giorgio Napolitano ci rammenta che Mario Monti, essendo stato nominato senatore a vita, non è più candidabile alle elezioni perché la nostra è una democrazia parlamentare e le elezioni politiche eleggono il Parlamento. Certo che la nomina di un senatore a vita a Primo Ministro è stata una forzatura come una forzatura è stata la nomina a senatore a vita, se posta da Monti come condizione ad accettare l’incarico di Primo Ministro. Però la storia ci insegna che quando si verificano situazioni analoghe a quelle italiane, cioè una contrapposizione insanabile fra le aree politiche, i parlamentari eletti, i poteri dello stato, allora è tempo di dittatura. Benito Mussolini fu scelto dal Re, nel 1922, per arginare il disordine dell’età giolittiana. Il suo discorso di insediamento fu agghiacciante: “… Potevo fare di quest'aula sorda e grigia un bivacco di manipoli: potevo sprangare il Parlamento e costituire un Governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto …” Il Re assentì e gli stessi Giolitti e Facta, predecessori di Mussolini, votarono a favore. Mario Monti non è Benito Mussolini e Giorgio Napolitano non è Re Vittorio Emanuele III. La possibilità che in Italia si creino le condizioni per una forte democrazia matura, occidentale, sono più che una speranza. Vogliamo una maggioranza e un’opposizione che si alternino alla guida del Paese secondo cicli naturali. Vogliamo una maggioranza e un’opposizione che sappiano condividere la riforma costituzionale: per snellire e razionalizzare le assemblee elettive; per dare adeguati poteri all’Esecutivo con limiti temporali categorici nel mandato; per eliminare le sovrapposizioni fra i poteri dello Stato. Se questo avverrà allora potremo perdonare Napolitano per la forzatura e scusare Monti per la condizione posta. Potremo anche perdonare gli squilibrati che hanno portato le istituzioni vicino al collasso, ripartire con nuova lena e tirare un sospiro di sollievo.121122 Daniele Leoni

martedì 20 novembre 2012

La bomba inglese di Boncellino

Gli artificieri del Genio Militare controllano la bomba inglese inesplosa
Aveva il vezzo, Stuvanèn, di mutilare, col coltello, i cadaveri delle vittime. Di giocare a palla con la testa oppure di esporla, infilata in un bastone, a monito dei traditori! Era il 1845, Stuvanèn aveva ventun’anni. Dopo un secolo, nell’inferno del 1945, a Boncellino, piovvero bombe. Alcune rimasero, inesplose, seppellite nella campagna. Quest’anno, 67 anni più tardi, Zini Aliero ne ha ritrovata una con l’aratro. I tedeschi in ritirata , gli inglesi impegnati con gli americani a liberare la Romagna, poi tutta l’Italia del nord. Le formazioni partigiane con le loro sortite e i ragazzi repubblichini, lealisti di Benito Mussolini, imprigionati nel folle abbraccio nazista, in guerra contro il mondo e contro la storia.
La locandina del Passatore dei Vini di Romagna
Tra l’estate 1944 e la primavera del 1945 quante storie di tragedia e di speranza, oppure di follia, nell’attimo in cui la storia fece un salto per chiudere il sipario sulla prima metà del 900. Dalla parte di Russi i mortai inglesi e, a Boncellino, i quelli tedeschi. In mezzo il fiume Lamone con i ricordi della chiatta del Passatore, il padre di Stefano Pelloni, che trasportava i viandanti dall’altra parte. Si perché il Passatore, quello “cortese”, era il padre del delinquente “Stuvanèn d'ê Pasadôr”, stupratore, brigante e assassino, che Pascoli, dopo aver bevuto qualche bicchiere di troppo, dipinse “re della strada e re della foresta”. Sull’argine del fiume, un gruppetto di evacuati davanti alla pattuglia dei carabinieri che sbarravano la strada a mezzo chilometro dal buco con la bomba d’aereo pronta per essere brillata. Sbarravano la strada sull’argine, proprio nel luogo esatto della casa del Passatore, nell’umida mattina del 18 novembre 2012. Un’altra pattuglia era sotto l’argine, sulla strada provinciale via Sottofiume. Un’altra sulla riva opposta, dalla parte di Russi. La nuova camionetta Land Rover Defender, emblema e vanto del Comandante dei Vigili Urbani di Bagnacavallo, con una superlativa dotazione di girofari segnaletici, stile americano, sul tetto, civettava ai curiosi tutt’attorno transitando, lenta, lungo il perimetro di interdizione al luogo delle operazioni di disinnesco e brillamento. Di tanto in tanto passava una jeep dell’esercito, un’ambulanza, una macchina della Polizia Provinciale, un camioncino dell’Enel, un altro dell’Italgas. Ad un certo punto, mi aspettavo anche l’elicottero della Polizia di Stato per scrutare dall’alto ma, evidentemente, non è stato ritenuto necessario. I residenti dell’area evacuata, cinquanta persone me compreso, sono stati disciplinati: hanno staccato la corrente elettrica, chiuso il gas e l’acqua, aperto le finestre per evitare che lo scoppio rompesse i vetri. Siamo usciti in ordine alle otto del mattino come prescritto dall’ordinanza del Sindaco. Io, con Blanco, il mio vecchio labrador, determinati ad approfittarne per una camminata lungo il fiume. Il Lamone ha un fascino particolare con i suoi argini, ben tenuti, che svettano sui campi e sui frutteti tutt’attorno. Una campagna ordinata dove il pesco, prevalente fino a pochi anni fa, comincia a lasciare il posto a colture estensive fatte di cereali oppure ad un altro tipo di frutteto. Nel campo della bomba i peschi hanno lasciato il posto agli albicocchi solo da un anno. Poi ci sono le vigne, quelle per fare il vino che porta il marchio del Passatore, che è diventato il simbolo dei vini di Romagna e il campanile della chiesa di Boncellino sul cui sagrato il Passatore ammazzò la prima volta, appena adolescente. Dall’altra parte del fiume, lato Russi, svetta la struttura dell’ex zuccherificio Eridania e dell’antico vilipeso Palazzo San Giacomo. Lo spiegamento di forze per il disinnesco di una vecchia bomba d’aereo da il segno di quanto sia cambiato il valore attribuito alla vita e all’incolumità delle persone negli ultimi decenni rispetto al passato più o meno recente. C’è però una cosa che lascia interdetti: l’assenza di memoria storica e la facilità con cui miti e credenze prendono il posto della verità.
L'eccidio nazi-fascista a Piazzale Loreto dell'agosto 1944
Così i fascisti, nell’immaginario collettivo, sono diventati la rappresentazione del male assoluto mente i partigiani, che hanno combattuto i fascisti prima della cacciata ad opera delle forze alleate, sono la rappresentazione dell’eroismo. Si è voluto rimuovere il lato oscuro della lotta partigiana, anch’essa fatta di crudeltà. Come si sono volute rimuovere le vendette ripugnanti del dopo. Per esempio l’eccidio, proprio qui vicino, dei conti Manzoni, avvenuto nel luglio 1945, è uno degli episodi emblematici della ferocia che riaffiora, in condizioni particolari, nell’uomo che ha sostituto la dignità della persona con l’impulso della massa. Le vittime di quell’eccidio furono cinque, quattro uccise a sangue freddo e una sepolta ancora viva. Fra le vittime c’era la domestica. I partigiani uccisero anche il cane. La serva e il cane! Poco prima, il 28 aprile, Benito Mussolini fu fucilato assieme a Claretta Petacci. I due furono appesi, a testa in giù, a Milano, a Piazzale Loreto, per ricordare un eccidio nazi-fascista del 1944. Ma ditemi voi, che cosa c’entrava Claretta? Poi, nel 1946, un grande uomo, il capo comunista Palmiro Togliatti ministro di Grazia e Giustizia, mise fine alla catena di violenze e di vendette con il sequestro delle armi alle formazioni partigiane e con l’amnistia per tutti, fascisti compresi. In quel momento si chiuse il sipario, in Italia, sul cinquantennio pazzo che infiammò due volte l’Europa, che trascinò nella guerra il resto del mondo. Fu un cinquantennio in cui, a fianco di violenze inimmaginabili, ai campi di sterminio nazisti e alle teorie della razza, prese vita il cinema, si svilupparono la radio e le telecomunicazioni. Il nostro pianeta incominciò a diventare un villaggio globale e quello che accadeva lontano poteva essere vissuto da vicino. Nel 1962 una nuova guerra mondiale fu sfiorata con la crisi di Cuba. Però prevalse il buon senso grazie al Presidente americano John Kennedy, al Presidente sovietico Nikita Kruscev e a Papa Giovanni XXIII. Tre uomini lontani mille miglia ma uniti dalla televisione e, assieme a loro, in tempo reale, l’intera umanità che trepidava e che faceva sentire il proprio umore! Un boato secco e una nuvola di fumo bianco ha interrotto i miei pensieri. La bomba inglese era esplosa per opera del Genio Militare, innocua, sotto un paio di metri di terra. Un brutto ricordo che ora non c’è più. Un auspicio perché al comando dei destini del mondo vengano scelti uomini di pace e che i guerrafondai vengano emarginati. Che i violenti siano messi al bando nella politica ma anche nella cultura popolare. Compreso il marchio dei vini di Romagna. 121120 Daniele Leoni

giovedì 15 novembre 2012

L'ordine è: “silenzio sui cinesi e sul ponte!”

Prima pagina del Quotidiano di Sicilia
Un patto fra regione e banche da dieci miliardi con centomila nuovi occupati. Dieci miliardi di euro per interventi sul territorio, per il riassetto idro-geologico e per gli immobili sottoposti a rischio sismico. E’ l’articolo che apre il Quotidiano di Sicilia, giornale regionale (economico, business, istituzioni, ambiente, no profit e consumo). “Sicurezza per rilanciare il lavoro” è il titolo a caratteri cubitali. E’ un’apertura che fa accapponare la pelle. Prelude a sperperi colossali fatti di finanziamenti a pioggia destinati ad opere progettate con incompetenza. Nella migliore delle ipotesi, mai realizzate. Perché, se dovessero essere messe in cantiere, allora alla progettazione finta si aggiungerebbe la follia della realizzazione con manodopera prevalentemente al soldo della mafia. Finti cantieri, finti lavori, sabbia al posto del calcestruzzo e rimedi mille volte peggiori del male. Saranno opere, come è spesso successo nel dopoguerra in Sicilia, iniziate e mai terminate. Perche terminarle non conviene. Si dovrebbero licenziare i lavoratori e si scoprirebbe subito la magagna. Meglio che il cantiere continui all’infinito!
Il comico Beppe Grillo, leader del primo partito siciliano.
E la Cina, disponibile a finanziare il ponte sullo stretto di Messina per portare l’alta velocità in Sicilia, la Cina non fa notizia? No, per carità! Non bisogna parlarne! I cinesi sono pericolosi perché vogliono ammodernare i porti e le ferrovie siciliane. E calabresi. Vogliono usare il ponte per il traffico merci dall’Africa verso l’Italia e l’Europa. Hanno detto, perfino, che sono disponibili ad occuparsi della ristrutturazione di tutto il sistema ferroviario a sud di Napoli. E non scherzano, i cinesi. Non scherzano perché hanno fatto l’investimento estero più consistente della storia dell’umanità proprio in Africa. Vogliono che lo sviluppo dell’Africa proceda di pari passo con lo sviluppo della Cina e hanno scelto la Sicilia come piattaforma commerciale verso il nord. Sono tanti i cinesi: quasi un quarto della popolazione mondiale. Sono troppi anche per la mafia la ‘ndrangheta che potrebbero essere sconfitte! Allora i lavori non potranno più essere una finzione, nemmeno quelli idro-geologici. 121115 Daniele Leoni

mercoledì 7 novembre 2012

La grande, bella forza della democrazia americana.

Il Presidente Barack Obama assieme alla sua famiglia
Se fossi stato negli Stati Uniti avrei votato Partito Democratico anche nelle precedenti tornate elettorali, quando, in Italia, non avevo dubbi sulla necessità di votare Silvio Berlusconi. Ho votato Berlusconi nonostante i suoi alleati neofascisti e la Lega xenofoba, secessionista, fautrice di un ridicolo federalismo. Ho votato perché puntavo sull’imprenditore moderno ed efficiente che si batteva per risollevare l’Italia dal declino. Anche se non ne ho mai condiviso l’anticomunismo viscerale, ingiusto verso un’idea che, sebbene sconfitta dalla storia, ha saputo morire senza trascinare il suo popolo nella tomba. Oppure ha saputo mettere in atto una trasformazione, come e accaduto in Cina, che ha condotto la nazione più popolosa del pianeta verso il passaggio più interessante della storia dell’umanità. Almeno di quella recente. Ho ascoltato il discorso di Barack Obama, questa mattina, a Chicago. Ho condiviso, con passione, la grandezza del momento. Avevo appena ricevuto, per email, la sua lettera personale di ringraziamento, trasmessa simultaneamente a decine di milioni di sostenitori, dove rimarcava che, prima di parlare in pubblico, voleva personalmente ringraziare ognuno di noi. Ho ascoltato anche la dichiarazione di Romney che riconosceva la vittoria del suo avversario e gli faceva le congratulazioni “nella certezza – ha detto – che sarebbe stato un buon Presidente di tutti gli americani”. Che grande, bello spettacolo di democrazia e di equilibrio. Di amor patrio, di autorevolezza e di forza. Che lezione per il mondo! E per noi italiani lacerati dalle delegittimazioni incrociate, dagli squilibrati e dai comici che giocano a fare i demagoghi raccogliendo consenso elettorale. Ecco allora che l’ultimo dubbio è svanito. Questa volta voterò Matteo Renzi anche se non sono d’accordo con lui su tante cose. Però, fra i politici italiani, è il più vicino alle idee e allo stile di Barack Obama e il linguaggio, il modello di democrazia che propone è di tipo americano. 121107 Daniele Leoni
Pubblicato anche in:
http://www.ilfoglio.it/hydepark/archivio/24577

martedì 6 novembre 2012

Un ponte italiano per unire l'Africa all'Europa

Un rendering del Ponte Mediterraneo
Domenica, ritornato a casa, ho trovato la notizia, sorprendente, della Cina disponibile ad accollarsi i costi per la costruzione del ponte sullo stretto di Messina. Lo ha dichiarato Zamberletti , presidente della società Stretto di Messina.
Avevo fatto una passeggia sul molo di Marina di Ravenna. Ho visto da vicino la recinzione al porto turistico di Marinara: assurda, alta e fatta col tondino grosso con la base di calcestruzzo appena imbullonata all’asfalto della banchina. Anche uno studente geometra al primo anno poteva prevedere che una mareggiata un po’ forte l’avrebbe distesa completamente! Eppure abbiamo fior d’ingegneri in grado di capire al volo che la ringhiera di tondino di ferro, se non si fanno delle maglie molto larghe, si comporta come una vela. Mentre camminavo verso la punta del molo tediavo la Valda con le mie elucubrazioni sull’analfabetismo di ritorno dei tecnici perché non vengono messi alla prova con compiti arditi, sull’analfabetismo di ritorno dei giornalisti, tutti impegnati a raccontare dei politici nostrani, analfabeti da sempre.
Marina di Ravenna, Marinara. Ringhiera divelta dalla mareggiata
Per fortuna c’è Matteo Renzi che vuole fare un po’ di rinnovamento! Però, anche Renzi, è contrario al Ponte di Messina e non capisce che il ponte è una delle poche opportunità rimaste per mettere alla frusta imprese e ingegneri. E’ un’opera ardita che servirebbe, fra l’altro, a rompere la catena del malaffare finanziata con denaro pubblico in Sicilia e in Calabria. Gli ho perfino inviato una e-mail dove lo invitavo a riflettere sul fatto che siamo di fronte a una decisione presa dopo un dibattito di mezzo secolo ed è stato aggiudicato il lavoro. “Ora si vuole tornare indietro!” – ho proseguito. “Senza considerare le penali miliardarie che il Governo dovrebbe pagare in caso di rinuncia, vorrei che tu riflettessi su uno scenario: la maggioranza delle opere pubbliche in Calabria e in Sicilia sono truffe. Tutto denaro assorbito dalla mafia per false progettazioni, falsi cantieri e per pagare falsi lavoratori. Il ponte invece è sotto gli occhi del mondo intero. Non possono far finta di costruirlo, pena lo sputtanamento planetario. Col ponte la Sicilia e la Calabria verranno costrette a fare i conti con cantieri veri, un indotto vero e operai veri. E dovranno fare il lavoro a regola d'arte, altrimenti sarà un disastro. Però, una volta attivato il meccanismo, non si potrà più tornare indietro. Così avrà vinto lo Stato e ci avranno guadagnato tante imprese e lavoratori onesti. Imprese e lavoratori che saranno impegnati nella realizzazione della viabilità, delle nuove linee ferroviarie, nella gestione e nella manutenzione. Una grande opera come il ponte di Messina imporrà un nuovo metodo di lavoro, un nuovo stile di vita.” Mi ha risposto che la riflessione l’aveva molto colpito … però continua a sostenere, anche adesso che è in Sicilia, la solita tiritera: “Secondo me, il ponte non è una priorità. Bisogna investire per mettere a norma le scuole che significa il futuro dei giovani. Con le manutenzioni e le piccole, ma necessarie opere si può creare più occupazione che realizzando una sola grande infrastruttura. Il Sud può essere una grande occasione di sviluppo per l'Italia, non solo un problema. Ma bisogna sfatare alcuni tabù, come la spesa dei fondi UE. Siamo il Paese che li investe peggio. Bisogna attrarre investimenti nel settore del turismo, rivalutando le aree dismesse. Soprattutto, occorre meno burocrazia”.
Viadotto incompleto e abbandonato della Salerno - Reggio Calabria
Come se in Sicilia non fossero sempre stati stanziati fiumi di denaro regolarmente dissolti in mille rivoli senza produrre alcunché, salvo alimentare la mafia. Per quanto riguarda i fondi UE, quando avevo un impresa di successo nel campo informatico, nemmeno io sono mai riuscito a utilizzarli. Sapete perché? Se sottoponevo un progetto all’approvazione ero obbligato a non farne nulla fino a quando non fosse stato approvato, nemmeno se lo pagavo di tasca mia. Se l’avessi eseguito sarei stato automaticamente escluso dal finanziamento. Di norma l’approvazione della UE arrivava dopo due anni e, in campo informatico, dopo due anni il progetto è obsoleto. Risultato: i progetti che passavano erano, in gran parte, imbrogli.
Sull’onda di questi pensieri e discorsi sono arrivato in cima al molo, attento a non inciampare nelle buche lasciate al posto dell’asfalto divelto dalla mareggiata. Divelto però solo in quei punti dove non era stato posato bene. Divelto a tratti, come se il lavoro fosse stato eseguito da due squadre: una diretta da un capo in gamba e scrupoloso, un’altra diretta da un cialtrone!
Giovanni Alvaro protagonista della battaglia per il Ponte Mediterraneo
Al ritorno a casa ho trovato, vi dicevo, la notizia, sorprendente, della Cina disponibile ad accollarsi i costi per la costruzione del ponte sullo stretto di Messina. Lo ha dichiarato Giuseppe Zamberletti che è un giovanotto di quasi 79 anni, varesotto, più volte parlamentare e ministro nei governi della prima repubblica, padre della Protezione Civile italiana. La laurea in ingegneria l’ha ricevuta honoris causa dall’Università di Udine per la difesa del suolo e la pianificazione territoriale. Ha il merito di essere stato il primo ad introdurre il concetto di previsione e prevenzione indipendente dall’attività di soccorso. Grande lavoratore, uomo integerrimo, terrore dei truffatori che inevitabilmente si insinuano nella ricostruzione a seguito delle calamità. Me lo ricordo bene Zamberletti, predecessore di Guido Bertolaso e simpatico come lui. Come Bertolaso traspirava efficienza da tutti i pori e trasmetteva sicurezza. Uno uomo che ricordava, da Ministro, i padri della Repubblica, gli artefici del boom economico del dopoguerra. Averlo messo a capo della società Stretto di Messina è stata un’ottima scelta. Assunto che la realizzazione del ponte è la miglior manovra antimafia possibile (secondo le mie modestissime teorie), il vecchio Giuseppe Zamberletti è il capo ideale dell’operazione. I cinesi, secondo quanto riferisce, interverrebbero finanziariamente con il fondo sovrano di del Governo di Pechino (CIC) e con la China Communication Costruction Company che è, fra l’altro, una delle maggiori società di costruzioni nel mondo. Trenta miliardi di euro di fatturato e un’esperienza di tutto rispetto nella realizzazione di ponti, strade e ferrovie. “We are building a connected world” è lo slogan in inglese della società, che significa “noi costruiamo un mondo unito”. E’ uno slogan che riecheggia di globalizzazione e che fa intravedere quali siano gli obiettivi cinesi. Il ponte sullo stretto di Messina, ribattezzato in un recente convegno a Reggio Calabria “Ponte Mediterraneo”, è l’infrastruttura indispensabile per portare l’alta velocità in Sicilia, finalizzata, in un’ottica di sviluppo industriale, al traffico merci oltre che ai passeggeri. La Sicilia, grazie al ponte e alla realizzazione di un adeguato sistema autostradale, ferroviario e portuale, sarebbe collegata in modo efficiente con l’Europa continentale. Diventerebbe, nei fatti, una piattaforma logistica, commerciale e industriale per collegare l’Africa all’Italia e all’Europa. Ebbene, siccome la Cina è impegnata con fortissimi investimenti in Africa per lo sviluppo economico e industriale di quel continente, il più ricco, in assoluto, di materie prime, è ovvio che pensi allo sbocco commerciale verso l’Europa. Di qui l’interesse, non solo per il ponte, ma anche per l’adeguamento di tutte le infrastrutture connesse, siano esse porti, ferrovie o autostrade. Sono disponibili, i cinesi, a intervenire anche in tutto il sud Italia per l’ammodernamento del sistema portuale, viario e ferroviario secondo uno schema di interessi e di convenienze economiche perfettamente ovvio. Corrado Passera, il “superministro” da due milioni di euro di stipendio (credo che sia uno dei più pagati nel mondo), dichiara di non aver mai incontrato i cinesi e di non saperne nulla. Si potrebbe, come minimo, vergognare!
Una talpa scava-tunnel  della CMC di Ravenna in Cina
Chi, secondo me, ha incontrato i cinesi, oltre a Zamberletti, al suo Direttore Giuseppe Fiammenghi e al cattedratico veneziano Enzo Siviero, è una società di Ravenna. E’ la Cooperativa Muratori e Cementisti CMC che in Cina ha ben otto grandi cantieri per la costruzione di opere irrigue e idrauliche, con tunnel per centinaia di chilometri e la costruzione di stabilimenti industriali. Ho detto “secondo me”. Significa che non ne ho le prove ma tutti gli indizi portano a questa conclusione. La CMC, fra l’altro, partecipa col 13% all’Associazione Temporanea di Imprese Eurolink che si aggiudicata la commessa del ponte sullo stretto. Svanita la possibilità si mettere le mani sulla penale per il rinvio di due anni, decretato dal Governo Monti, per approfondire i termini progettuali ed economici per la realizzazione dell’opera, l’opzione cinese è tornata appetibile, visto e considerato l’interesse cinese a tutte le infrastrutture viarie e ferroviarie del sud Italia. I cinesi potrebbero entrare in Eurolinlk e la CMC, che da anni è fornitore della Cina Popolare, potrebbe svolgere un ruolo primario.
Già oggi le gigantesche navi porta-container che attraversano Suez attraccano a Gioia Tauro di cui i cinesi possiedono il 30%. Battelli più piccoli e treni smistano il traffico verso i grandi mercati del Nord-Europa e verso il nord-Africa. Solo che far uscire le merci dal porto calabrese (soprattutto via terra) è operazione faticosa. “Così - dice il cattedratico veneziano Enzo Siviero - spesso i comandanti preferiscono tre giorni in più di viaggio per arrivare a Rotterdam”. Ecco un altro tassello del mosaico che svela gli interessi dei nemici del ponte, che sono anche i nemici dello sviluppo industriale italiano! Se il progetto dei cinesi, caldeggiato da Zamberletti, andasse in porto, il ruolo del porto di Rotterdam, che è il più grande in Europa verrebbe diminuito. E’ sempre lo stesso nodo che torna al pettine: un accordo, nel 1989, fra il presidente francese Mitterand e il cancelliere tedesco Kohl in cui Kohl, in cambio dell’appoggio di Mitterrand per la riunificazione tedesca, rinunciava al marco e quindi accettava la prospettiva dell’euro. Accettava cioè di arrivare a una moneta comune che proteggesse la Francia. Ma quell’accordo prevedeva anche la deindustrializzazione dell’Italia che minacciava i primati tedesco e francese alla guida dell’economia europea. Lo ha denunciato l’economista Nino Galloni, Direttore Generale dei ministeri del Lavoro e del Bilancio di quel periodo.
Io sono favorevole all’Europa e all’euro, ma non a spese della naturale vocazione italiana che è, si artistica e gastronomica, ma anche e soprattutto scientifica, industriale e commerciale. Voglio difenderlo questo nostro grande Paese. E se i cinesi per far rendere i loro investimenti in Africa hanno bisogno di passare per l’Italia, noi dobbiamo spalancare loro le porte purché paghino un piccolo pedaggio. Questa è la globalizzazione che non possiamo e non vogliamo fermare. E se un soldino, in tutto questo giro, cade anche a Ravenna grazie alla CMC, sono ancora più contento. E se, grazie alla partecipazione dei nostri tecnici alla realizzazione di opere ardite, domani si eviterà lo scempio visibile oggi nel molo di Marina di Ravenna dopo una piccola mareggiata, vorrà dire che abbiamo lavorato bene.
Non è vero Matteo Renzi? Ho letto che questa settimana tornerai a Messina. Potresti dire che ora le cose sono cambiate! Aspetto con trepidazione le tue dichiarazioni sul ponte e sulla partecipazione cinese al progetto. Ho già deciso di sostenerti e di votarti. Vorrei poterlo fare senza il minimo dubbio. 121105 Daniele Leoni

Leggi anche:
Giornale di Sicilia:
http://www.gds.it/gds/sezioni/editoriali/dettaglio/articolo/gdsid/220670/
Il Messaggero: :
http://www.ilmessaggero.it/primopiano/cronaca/ponte_stretto_messina_cinesi/notizie/229494.shtml
I cantieri in Cina della CMC di Ravenna: :
http://cmcgruppo.com/cmc/projects/?country=China&search=cerca

sabato 20 ottobre 2012

Un ponte contro la mafia

Il Sindaco di Firenze Matteo Renzi
Sono stato a Castenaso ad ascoltare Renzi dal vivo. E’ un signore. Pacato, non ha insultato nessuno e ha anche detto che, più che rottamare gli uomini lui vuole rottamare delle idee sbagliate. Un vero laburista liberal, anche e soprattutto nei toni. Mi sembrava di ascoltare un candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti. Veramente bravo! Una sola perplessità riguarda la sua opinione contraria alle grandi opere pubbliche, in particolare al ponte di Messina su cui è stata però presa una decisione dopo un dibattito di mezzo secolo ed è stato aggiudicato il lavoro. Ora si vuole tornare indietro. Senza considerare le penali che il Governo dovrebbe pagare in caso di rinuncia, vorrei che si riflettesse su uno scenario: la maggioranza delle opere pubbliche in Calabria e in Sicilia sono truffe. Tutto denaro assorbito dalla mafia per false progettazioni, falsi cantieri e per pagare falsi lavoratori. Il ponte invece è sotto gli occhi del mondo intero. Non possono far finta di costruirlo, pena lo sputtanamento planetario.
Un rendering del Ponte di Messina
Col ponte la Sicilia e la Calabria verranno costrette a fare i conti con cantieri veri, un indotto vero e operai veri. E dovranno fare il lavoro a regola d’arte, altrimenti sarà un disastro. Però, una volta attivato il meccanismo, non si potrà più tornare indietro. Così avrà vinto lo Stato e ci avranno guadagnato tante imprese e lavoratori onesti. Imprese e lavoratori che saranno impegnati nella realizzazione della viabilità, delle nuove linee ferroviarie, nella gestione e nella manutenzione. Una grande opera come il ponte di Messina imporrà un nuovo metodo di lavoro, un nuovo stile di vita. Intervenire invece sulla viabilità e sul sistema ferroviario in modo tradizionale vuol dire continuare ad alimentare, con denaro pubblico, la mafia e la camorra. Comunque confido che, qualora Renzi diventi Premier, abbia l’intelligenza di tener buono almeno il progetto esecutivo già prodotto. Perché quel ponte prima o poi si farà: se il contribuente deve rimetterci mezzo miliardo almeno all’Italia rimanga il progetto. Un sorriso. 121020 Daniele Leoni

Leggi anche:
http://danleoni.blogspot.it/2012/06/passera-il-menagramo.html

http://www.melitotv.it/it/video/1773.aspx

giovedì 11 ottobre 2012

Matteo Renzi non ha paura di volare!

Il Sindaco di Firenze Matteo Renzi circondato dai suoi fan.
Matteo Renzi ha preso un aereo privato da Sulmona e ritorno, per andare a un funerale, senza sospendere la sua campagna per le primarie. Massimo D’Alema ha denunciato il “misfatto”. Le pagine dei giornali si sono state imbrattate di narrazioni sulla vicenda con argomenti da serva. Povera Italia, dove un ridicolo federalismo ha scatenato l’ingordigia di migliaia imbroglioni e di faccendieri che si sono divertiti a giocare ai parlamentari (regionali) e ai governatori dilapidando centinaia di miliardi. Ora i responsabili di questa tragedia, Massimo D’Alema compreso, accusano Matteo Renzi di far uso dell’aereo invece che dei sandali e del saio del pellegrino. Basterebbe questo per dare la misura della stupidità e della pochezza degli argomenti di questi sciagurati che il popolo italiano ha eletto con i propri voti di preferenza. Si perché le elezioni regionali non sono regolate dal “porcellum” e i candidati vengono votati uno per uno! Allora è vero che la classe politica rappresenta esattamente il Paese, e non c’è legge elettorale che possa modificare le cose. L’unico strumento per modificare le cose è una ventata nuova, una carica di entusiasmo che travolga i piccoli interessi di bottega che, spesso, degenerano in enormi imbrogli. Tutti i giorni visito il sito matteorenzi.it per verificare la progressione della donazione on-line, oggi per le primarie, domani, in caso di successo, per la corsa alle politiche. Pur non essendo, almeno per ora, un elettore del PD, ho donato cinque euro per testare la veridicità del meccanismo. Ebbene i cinque euro sono stati ricossi al volo dalla carta di credito, senza il minimo intoppo, e il mio nome e cognome è comparso nella lista, sempre più lunga, dei donatori. Le cifre donate non sono elevate. I cinquanta o cento euro sono rari. Sono molto più frequenti i cinque, i dieci. In fondo alla lista compare questo avviso: “Matteo Renzi non accetta, né direttamente né tramite il Comitato o la Fondazione Big Bang, o per altra via, contributi anonimi alla sua campagna per le primarie. Ringrazia di cuore coloro che li inviano, ma non ritiene di poterli accettare ed utilizzare. Qualora non fosse possibile contattare l'offerente per la restituzione di tali contributi, data l'assenza di qualunque utile indicazione, essi verranno dati in beneficenza alla Fondazione Meyer di Firenze.” Mentre scrivo verifico il totale raccolto, in un paio di settimane, che di 70.685 euro. Ieri era 66.000. La progressione dell’incremento è costante! Eccola la ventata! Altri pagano per avere i voti. Pagano il crimine organizzato per pacchetti consistenti. Fanno trovare una banconota sotto il piatto di una cena gentilmente offerta. Oppure si limitano a offrire una cena quando la banconota sembra superflua o controproducente. Mi è piaciuta anche la condotta di Renzi con Marchionne. Perché quando Marchionne ha proposto il suo programma innovativo per la Fiat, Renzi l’ha sostenuto senza esitazioni. Quando Marchionne ha mancato i suoi impegni, Renzi l’ha criticato senza esitazioni. Quando Marchionne, per denigrare Renzi, ha insultato la città di Firenze, e con Firenze l’Italia, gli è stato risposto di sciacquarsi la bocca senza esitazioni. Ha dimostrato di essere un vero leader che potrebbe anche diventare un vero statista! Prodi potrebbe fare altrettanto? Bersani? Silvio Berlusconi, di cui ho la massima considerazione perchè ha salvato il Paese da una banda di sciagurati nel 94, nei momenti critici se la cavava con una battuta! Matteo Renzi mi ricorda invece Bettino Craxi giovane, quando io ero poco più che un ragazzo, che fronteggiò i democristiani di Moro, orfani di De Gasperi, i comunisti di Berlinguer orfani di Togliatti e i socialisti di un vecchio Nenni che aveva perso lucidità. Fu un lavoro immane!
Enrico Mattei e Giorgio La Pira
Renzi come Craxi ha colto il nuovo che avanza in Italia. Si mette a disposizione degli innovatori per percorrere un tratto di strada che può trasformarsi in un salto quantico. Matteo Renzi, per Firenze, è un Giorgio La Pira del ventunesimo secolo. Nel solco di Alcide De Gasperi e Amintore Fanfani, è approdato al Partito Democratico motivato da un equilibrio fra libertà giustizia sociale che non significa equilibrismo moroteo. Al contrario, istinto e schiettezza ne fanno un toscanaccio focoso, antipatico ai politici di professione, ma tanto simpatico ai vecchi socialisti di Craxi come me, anche se, a Bettino, gli ha negato una via a Firenze. E’ un uomo molto amato e odiato in modo trasversale, come tutti i grandi uomini. Senz’altro odiato dai mediocri. Ecco perchè ho la sensazione che proprio lui farà fare un nuovo tratto di strada alla nostra Italia, come fecero Togliatti, De Gasperi, Craxi e, buon ultimo, Silvio Berlusconi.121011 Daniele Leoni

Leggi anche:
http://danleoni.blogspot.it/2012/06/il-filo-spezzato-puo-e-deve-riannodarsi.html


https://twitter.com/AdessoPartecipo/status/256390039322378241
Grazie per il contributo, Daniele! Lo abbiamo letto con piacere!

lunedì 1 ottobre 2012

Europa: il caso e la necessità



La copertina del libro del Nobel Jacques Monod
Il biologo francese Jacques Monod, premio Nobel nel 1965, sosteneva che le novità genetiche, in natura, avvengono per caso e in circostanze strane. Esse si mantengono se corrispondono alle necessità di sopravvivenza. In natura non esiste cioè un progetto preventivo ma sono le circostanze che determinano l'evoluzione. Anche l'uomo fa parte della natura, con la sua società planetaria e con la sua politica, che soggiacciono alle medesime regole.
La circostanza strana che determinò la nascita dell'Euro fu paradossale: un accordo, nel 1989, fra il presidente francese Mitterand e il cancelliere tedesco Kohl in cui Kohl, in cambio dell’appoggio di Mitterrand per la riunificazione tedesca, rinunciava al marco e quindi accettava la prospettiva dell’euro. Accettava cioè di arrivare a una moneta comune che proteggesse la Francia. Ma quell’accordo prevedeva anche la deindustrializzazione dell’Italia che minacciava i primati tedesco e francese alla guida dell’economia europea. Lo sostiene l’economista Nino Galloni, Direttore Generale dei ministeri del Lavoro e del Bilancio di quel periodo. Quell’accordo fu onorato da Carli, Ciampi e Prodi nel vari incarichi da essi ricoperti lungo la strada decennale verso l’Euro e probabilmente anche da Mario Monti. Gli effetti sono stati macroscopici. Il nostro declino industriale ha messo in ginocchio i ceti produttivi e ha favorito una classe politica, sindacale e giudiziaria di inetti. Poi la crisi è diventata pericolosa, complice la speculazione finanziaria internazionale. Così dalla plancia di comando è arrivato un “indietro tutta” per salvare la nostra industria e per salvare anche l’euro che potrebbe affondare, a seguito del default italiano.  La lettura delle ragioni profonde delle ultime vicende politiche italiane non potrebbe essere questa, comprese le tensioni su FIAT, ILVA, Sulcis e comparto energetico? Più che la democrazia, mai tanto debole, non potranno, forse, le leggi di natura e le necessità di sopravvivenza dell’Europa? 121001 Daniele Leoni

Leggi anche:
http://www.freenewsonline.it/2012/10/01/brunetta-cosi-berlino-ha-scaricato-la-crisi-delle-sue-banche-su-italia-spagna-e-grecia/

http://danleoni.blogspot.it/2012/09/a-taranto-e-in-regione-lazio-si-decide_21.html

venerdì 21 settembre 2012

A Taranto e in Regione Lazio si decide il futuro del Paese.



L'Ilva di Taranto
Quando la politica cede alla corruzione allora perde ogni autorevolezza e si spalanca la porta alla follia. L’epilogo è sempre l’involuzione autoritaria. I segni premonitori nell’Italia di oggi sono drammatici . Due esempi. Il primo: la pretesa dei giudici di chiudere l’Ilva di Taranto determinando così la fine della siderurgia italiana, spazzando via un milione di posti di lavoro. Si, un milione! Si consideri la crisi conseguente dell’indotto e dei comparti collegati che sono sostanzialmente tutta l’industria meccanica. Ebbene, questa pretesa è semplicemente folle. Il secondo, molto meno macroscopico ma egualmente significativo: la pretesa di Beppe Grillo di chiudere il cantiere del nuovo termovalorizzatore di Parma, sputando i faccia alla buona amministrazione dell’Emilia Romagna e di tutto il nord Italia, dove i rifiuti sono smaltiti con razionalità come in Germania e nell’Europa più avanzata. Una trovata degna di un Re buffone. Altre decine di esempi possono essere menzionati, di fronte ai quali il lavoratore onesto, il padre di famiglia, il giovane studioso, il contribuente si sentono impotenti. Qualcuno cede alla tentazione della disonestà perché, “solo i truffatori e bugiardi possono fare strada”. Per gli onesti c’è solo una mannaia che cade, inesorabile, al primo passo falso, al primo errore. Vorrei menzionare un terzo esempio, cioè la disinformazione che ha condotto gli italiani al voto per la rinuncia definitiva all’energia nucleare per due volte consecutive, unici al mondo! Secondo le ultime ricerche sembra che le riserve di idrocarburi siano molto più abbondati di quanto ipotizzato, allora è probabile la discesa del prezzo del petrolio e l’Italia, nonostante le sue scelte scellerate, potrebbe salvarsi dalla catastrofe energetica. Ma statene certi, si formerà presto una folla urlante contro le ricerche petrolifere per lo sfruttamento delle scisti bituminose, dove sono conservate gran parte delle riserve mondiali. Gli Stati Uniti, all’avanguardia in questa nuova tecnica di estrazione, stanno velocemente diventando grandi esportatori di idrocarburi contribuendo a calmierare il prezzo. Tutto bene allora? Neanche per sogno perché smantellando l’industria nucleare italiana abbiamo smantellato anche la scuola, la ricerca sulle tecniche di produzione e di sicurezza e i comparti industriali connessi, dove eravamo leader nel mondo. Poi abbiamo smantellato l’industria petrolchimica, immolando, fra l’altro,  con due “suicidi” eccellenti, un manager pubblico e un imprenditore privato: Gabriele Cagliari e Raul Gardini. Così, solo per coerenza con l’antico assassinio di Enrico Mattei!  Vorrei fare una domanda ai giudici e ai custodi dell’Ilva di Taranto:  
- Ma non potete fare, a Taranto, ciò che avete fatto con la Parmalat? Non avete, voi giudici, a Parma, cacciato via e incarcerato l’odiato Callisto Tanzi salvando però l’azienda, l’occupazione dei lavoratori e il comparto produttivo? Che cosa vi spinge verso la soluzione sadica di spegnere gli altiforni, gettando così sul lastrico centinaia di migliaia di famiglie e sferrando il colpo di grazia all’economia del Paese? -
La risposta è nota:
- La siderurgia, a Taranto, è un cancro che falcia tante vite umane. -
E  allora, non vi comportate, voi,  come un chirurgo che, di fronte a un tumore al cervello, tagli la testa al paziente? Ammesso e non concesso che le statistiche sulle morti per tumore a Taranto siano veritiere e  non pilotate da interessi inconfessabili. In ogni caso i colpevoli siete voi, giudici di Taranto, inadempienti per cinquant’anni di fronte al disastro ambientale, forse perché collusi. Che  vergogna!
Antonio Galloni, economista, già Direttore Generale Ministero del Lavoro
A ben riflettere la denuncia dell’economista Antonio Galloni, ex Direttore Generale del Ministero del Lavoro, secondo cui nel 1990 “ci fu l’accordo tra Kohl e Mitterrand in cui Kohl, in cambio dell’appoggio di Mitterrand per la riunificazione tedesca, rinunciava al marco e quindi accettava la prospettiva dell’euro, accettava cioè di arrivare a una moneta comune che proteggesse la Francia. Ma quest’accordo prevedeva anche la deindustrializzazione dell’Italia …” acquisisce, oggi più che mai, un’ulteriore conferma. Quell’accordo fu onorato da Guido Carli, da Carlo Azelio Ciampi e da Romano Prodi. Quell’accordo fu la conseguenza di una decisione ben più antica fra gli alleati vincitori nel 1945, che prevedeva lo smantellamento dell’industria tedesca e italiana. I tedeschi resistettero e l’ebbero vinta. Anche gli italiani resistettero ed Enrico Mattei, appoggiato da De Gasperi, non smantellò l’ENI disubbidendo gli ordini. Anche Palmiro Togliatti era d’accordo. Anche Amitore Fanfani e fu il boom economico degli anni 50 e 60. Poi Aldo Moro ed Enrico Berlinguer non ebbero memoria storica, o meglio, furono degli analfabeti dal punto di vista industriale. Furono condotti, in quanto analfabeti, alla guida del primo partito di governo e del primo partito di opposizione dai nemici dell’Italia e fu il declino. Bettino Craxi provò a resistere e fu massacrato. Silvio Berlusconi provò a resistere e una guerra, senza esclusione di colpi, lo ha logorato per vent’anni fino al folle epilogo di questi giorni. Ma i nemici in guerra con l’Italia non hanno previsto la schiena dritta di Giorgio Napolitano, la saggezza di Angela Merkel (non a caso è una donna), la guida di Mario Draghi alla BCE e la premiership di Mario Monti, condivisa da Silvio Berlusconi. Tutti pezzi da novanta che assieme fanno squadra e sistema.
Mi rivolgo a Susanna Camusso e lo faccio con convinzione perché è una donna. Le vorrei ricordare che anch’io, ventenne, mi feci le ossa in CGIL come segretario di zona della FIOM. Frequentai la scuola centrale di Ariccia poi, per qualche anno, mi dedicai ai contratti aziendali prima di fare il giornalista poi l’imprenditore. Vado fiero di quell’esperienza che mi ha insegnato tanto del sindacato e delle relazioni industriali fondamento di ogni democrazia occidentale. Ebbene dobbiamo disarcionare gli ultimi nostalgici della deindustrializzazione che ora stanno usando alcuni magistrati e i falsi ambientalisti nella loro, folle, missione suicida. Se la CGIL appoggiasse, nell’interesse dei lavoratori, una soluzione ragionevole a Taranto, sarebbe l’inizio della svolta per uscire dalla crisi.
Anche Renata Polverini è una donna che sta facendo la sua battaglia contro le ruberie dei suoi colleghi e per la moralizzazione. Mi ricordo che tentarono di farla fuori per renderla ineleggibile provocando un disguido nella presentazione della lista del PdL alle elezioni regionali in Lazio. Ora capisco le ragioni di quel disguido. Mi auguro che Renata Polverini continui la sua battaglia oltre il Lazio perché i meccanismi delle ruberie sono gli stessi in tutte le regioni e in tutti i gruppi politici. Perché la battaglia è trasversale come è trasversale la corruzione che scatena la follia. 120921 Daniele Leoni

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http://www.senigallianotizie.it/1327319183/la-deindustrializzazione-dellitalia-e-il-funzionario-oscuro-che-fece-paura-a-kohl



Considerazioni:

Le conclusioni pessimistiche e anti euro che si desumono dall'articolo non mi convincono. Ho ordinato il libro di Nino (Antonio) Galloni pubblicato di recente, per capire meglio. Dopo aver letto il libro mi riprometto di ritornare sull’argomento.



Chi ha tradito l'economia italiana? Come uscire dall'emergenza

Autore Galloni Nino Editori Riuniti Univ. Press  (collana Politica & società)

La sconfitta del principale paradigma liberista (il risanamento dei conti pubblici come presupposto dello sviluppo) sostituito dal paradigma voluto dal potere vincente, la speculazione internazionale (che, invece, sta sostenendo, subito lo sviluppo con conti in ordine) non risulta ancora digerita dai governi e dagli Stati: che continuano ad anteporre "lacrime e sangue" e a non selezionare le misure di politica economica per scegliere solo quelle che aiutano lo sviluppo senza peggiorare i conti ovvero che migliorano i conti senza penalizzare lo sviluppo. Su questa strada è addirittura l'euro a rischiare, a breve, una brutta fine. Oggi la speculazione finanziaria è dieci volte più forte delle classiche istituzioni internazionali. La stessa Germania, in Europa, non riesce a tenere il passo con il cambiamento dei paradigmi. La svolta liberista anti-keynesiana della fine degli anni settanta ha esaurito la sua spinta devastatrice, ma la attuale prepotenza della finanza internazionale, dove ci sta portando? Su tale linea di ragionamento l'economista Nino Galloni propone questa ricerca che parte dal dopoguerra per arrivare alla cruciale resa dell'Unione Europea al diktat americano fra ottobre e novembre del 2011.